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Gli untori

C’è poco da dire e ancora meno da aggiungere: la falsificazione piace. Se non altro perché produce un altrettanto falso ma duraturo senso di sicurezza. Adulterare la realtà, modificarne palesemente le sue fattezze, la sua fisionomia, i suoi stessi contenuti, non è mai stato un esercizio ascrivibile esclusivamente a chi da ciò ne ricava un utile immediato oppure a quanti, per mera ignoranza, riprendono e ripetono formule ed affermazioni prive di contenuto, ovvero senza effettivo riscontro. La disinformazione, se con questa espressione intendiamo un sistema di sistematica contraffazione non solo dei fatti ma anche e soprattutto dei codici di interpretazione, quindi del valore da attribuire alle parole, ossia di quella intesa che invece dovrebbe sempre sussistere tra coloro che aprono bocca (al pari, dischiudendo le orecchie), è una tentazione troppo forte. Non data ad oggi, beninteso. Anche nel passato le guerre, così come la stessa vita civile in tempo di pace, erano attraversate dal “sentito dire”, dal chiacchiericcio, da una sorta di continuo rumore di fondo. La qual cosa, determinando umori e malumori collettivi, contribuiva ad indirizzare gli atteggiamenti collettivi, le scelte comuni, le condotte dei più. Ogni fatto, era e rimane di per sé conoscibile ma anche in parte opinabile, in quanto, nel suo manifestarsi, può presentarsi a diverse interpretazioni: ciò che dovrebbe invece essere condiviso, è l’evento medesimo, nel suo essere dato tangibile; altro discorso, beninteso, è l’ordine di significati civili, sociali, morali e culturali che possono essere ascritti ad esso. Un aspetto, quest’ultimo, che muta con la sensibilità del tempo. Ma qui siamo già sul versante delle opinioni. Nessun pluralismo può andare a scapito della coerenza di giudizio, trasformandosi semmai in un relativismo che porta poi alla decadenza della capacità di formulare un giudizio fondato sul piano etico. Detto questo, se torniamo all’universo del fake, si entra in un ulteriore ordine di considerazioni. Poiché il falso ripetuto ha ad oggetto sia il sospetto sistematico che l’inganno ripetuto. Il sospetto è quella condizione dello spirito umano per la quale l’individuo vive in sé una crisi di fiducia nei confronti dei suoi interlocutori, chiunque essi siano: chi sospetta ritiene che ciò che sente dire – al limite anche quanto vede concretamente – non corrisponda ad un dato di realtà, essendo semmai il prodotto dell’altrui falsificazione interessata. La verità, in altre parole, riposerebbe in qualcosa di radicalmente diverso da ciò che è comunemente affermato (e quindi abitualmente condiviso). L’inganno, una sorta di reciproco inverso del sospetto, è la volontà consapevole di trarre un beneficio dall’adulterazione delle cose così come dalle relazioni, quindi dalle parole al pari delle immagini. Il sospetto e l’inganno, in quanto facce della medesima moneta, si alimentano vicendevolmente, poiché rompono il patto di reciproca lealtà nei legami interpersonali. Chi sospetta non nutre fiducia, al pari di chi inganna che, invece, proprio da quella fiducia intende trarne un illegittimo vantaggio. In sostanza, un gioco di specchi. Il circuito del fake, in tutte le sue variegate manifestazioni, va inserito all’interno di queste dinamiche. Poiché ha un obiettivo prioritario, quello di influenzare opinioni (in sé altrimenti del tutto legittime, se formatesi attraverso riscontri e verifiche) e con esse – quindi – comportamenti collettivi. Ancora una volta il rimando ai meccanismi logici dell’antisemitismo contemporaneo, come vera e propria intelaiatura del pregiudizio, è riscontro non solo utile ma necessario. In quanto studiando come esso si è strutturato, si comprendono anche molti altri aspetti del sistema delle “menzogne credibili”. Nel caso della pandemia di SARS CoV-2 che stiamo attraversando, è evidente il banco di prova per la società internazionale così come per ognuno di noi. Poiché la sanità e la salute pubblica costituiscono un gigantesco territorio di interessi, dove si giocano alcune delle partite più importanti non solo per l’esistenza collettiva ma anche per le finanze mondiali. Da questo punto di vista, la manipolazione di dati e fatti, di idee e cognizioni, non è mai occasionale né casuale, rispondendo semmai ad una precisa logica che rimanda ad interessi identificabili. Ma anche per questo è non meno strategico rifiutare quella che è la vera cornice della falsificazione, ossia il complottismo. La logica del complotto sta alla comprensione della realtà così come la paranoia si rapporta alla salute mentale. Ha infatti una sua linearità, un suo inesorabile nocciolo pseudo-logico, quindi un rivestimento di falsa scientificità; soprattutto, si presenta come un approccio di critica ai poteri costituiti (la «verità alternativa» tanto più preziosa dal momento che ha una natura iniziatica, rivelata solo a coloro che intendano prendere “coscienza” delle mistificazioni di cui sarebbero vittime da parte dell’«informazione ufficiale») quando, invece, quasi sempre ne costituisce l’intima ossatura. Ciò che disorienta, o crea certezze fittizie, infatti, serve soprattutto a nascondere il vero nocciolo dei conflitti. Nella totalità dei casi, chi aderisce alle teorie del complotto riversa contro i suoi critici, riflettendola e poi rovesciandola, l’accusa di essere un falsificatore o comunque un banalizzatore. Al riguardo, ritornando all’ecosistema della comunicazione online, si è parlato, con grande efficacia, di una sorta di «Far Web» (Matteo Grandi), dove all’assenza di regolamentazioni – peraltro inapplicabili se ad esse si dà la stessa cogenza delle norme della vita materiale: le relazioni in campo virtuale non sono per nulla assimilabili in tutto e per tutto a quelle dove c’è la tangibilità del rapporto fisico diretto – si somma il bisogno esasperato degli individui di mettersi in mostra, ovvero di proiettare immagini, spesso artefatte, di se stessi e del proprio pensiero, spesso scatenando vere e proprie tempeste di rabbia e furore. Un esempio del rapporto tra disordine comunicativo, populismo e demagogia, disintegrazione di quelle intermediazioni che servono invece a comprendere il senso delle cose senza cadere nei tranelli della mistificazione, è il diffondersi dei cosiddetti «docu-verità», quelle produzioni documentarie, in formato di pellicola fruibile su internet, che si presentano con le caratteristiche di denuncia di una manipolazione quando essi stessi invece la contengono. Mischiando notizie più o meno verificate e affermazioni decontestualizzate a ricostruzioni strumentali, sovrapponendo il credibile al fantasioso, ne distillano una miscela velenosa. Sono la parodistica imitazione del reportage, del giornalismo di indagine e d’informazione, della stessa nozione di “servizio pubblico”. Il caso più recente è la diffusione di «Hold-Up», documentario cospirazionista, firmato e autoprodotto dal giornalista Pierre Barnérias, circolante sulle principiali piattaforme si streaming con un grande numero di visualizzazioni e diventato un vero e proprio caso nazionale in Francia, tanto da spingere esponenti del governo a sconsigliarne la visione. Si tratta del catalogo delle principali teorie del complotto (il virus è stato prodotto in laboratorio e poi volutamente diffuso tra la popolazione; un ruolo importante, se non fondamentale, sarebbe quello svolto dai miliardari planetari come Bill Gates, dioscuri del “potere mondiale”; l’idrossiclorichina sarebbe una valida risposta alla pandemia; la mascherina costituirebbe un bavaglio utile solo a togliere la libertà al “popolo”; i vaccini in corso di produzione potrebbero generare catene di mutazioni genetiche e così via) accreditato dalla viva voce di alcuni studiosi che si pongono in posizione di dichiarata ostilità verso la «dittatura sanitaria». Il salto di qualità che Hold-Up fa fare ai suoi spettatori è quello di trasformare le inevitabili incertezze, dinanzi ad una situazione pandemica della quale molti faticano a cogliere natura ed evoluzione, in sospetto e poi deliberato rifiuto di ciò che viene presentata come la versione di comodo dei poteri costituiti. Ancora una volta l’elemento indice è il ricorso alla paura come strumento per confondere le acque. Quanto essa possa corrispondere a precise strategie di disinformazione e, quindi, di manipolazione, è un terreno sul quale si deve continuare ad indagare, poiché alla razionalità e alla ragionevolezza si accompagna sempre il bisogno di trovare un rifugio nella falsificazione, soprattutto se essa si presenta con il volto rassicurante di un lenitivo all’angoscia del momento.

Claudio Vercelli