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Dalla Resistenza
alla legge sul divorzio,
il secolo di battaglie di Bruno Segre

Dopo diciannove ore di seduta, nella notte tra il 30 novembre e il 1° dicembre 1970, fu approvata dal Senato la Legge n. 898/70, meglio nota come Legge sul Divorzio. Una norma diventata simbolo delle conquiste in materia di laicità dello Stato, che iniziò a smantellare lo status quo della società italiana rispetto ai rapporti tra i sessi e il concetto di famiglia. Tra coloro che si lottarono in prima fila per l’adozione di questo norma, l’avvocato torinese Bruno Segre. “Osservando come avvocato la situazione internazionale riguardante il diritto di famiglia, notai che l’Italia, patria del diritto – ma anche il luogo dove il potere morale e politico della Chiesa cattolica era predominante – aveva una legislazione in materia fra le più retrive del mondo. Il legislatore aveva un concetto patriarcale e autoritario della famiglia, che prescindeva dalla realtà dei sentimenti che univano o dividevano i vari componenti della famiglia stessa”, racconta Segre nel libro-intervista Non mi sono mai arreso (Lupieri editore). Quella per il divorzio sarà una delle tante battaglie portate avanti in oltre un secolo di vita. Partigiano, scrittore, giornalista, anche a 102 anni, Segre mantiene la combattività e l’ironia che l’hanno accompagnato per tutta la vita. A Pagine Ebraiche ha aperto in estate il suo studio di Torino per fare una conversazione sul suo passato ma anche sul suo presente. Tra libri e faldoni di documenti delle tante cause portate avanti negli anni, tra pile del giornale L’incontro da lui fondato nel 1949, Segre racconta diversi aneddoti della sua vita: da quando ragazzino ribelle per le strade della sua Torino aggiungeva alle scritte “viva il re” una “o” finale (“reo”) per dissacrare quell’autorità mai apprezzata; o quando si salvò per il rotto della cuffia dal colpi di pistola fascisti, la cui corsa si fermò sul suo portasigarette di metallo; e ancora di quando in parlamento vide l’approvazione della legge sul divorzio, che in questo 2020 compie 50 anni e a cui all’epoca lavorò al fianco del parlamentare Loris Fortuna (primo firmatario della norma assieme ad Antonio Baslini). “Ho vissuto molto, molto intensamente. Ho avuto un sacco di cariche amministrative e politiche. Ho lavorato fianco a fianco con Fortuna alla legge sul divorzio; per tanti anni ho combattuto per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza. Questo è un mio grande merito – afferma fieramente l’avvocato Segre – Avevo conosciuto Aldo Capitini (antifascista, filosofo e liberalsocialista) che mi aveva incaricato di difendere Pietro Pinna: lo difesi in un processo clamoroso il 31 agosto del 1949 dinanzi al tribunale militare di Torino. E da allora, sulla scia di queste giuste rivendicazioni, difesi centinaia di giovani, quasi tutti testimoni di G. va, davanti ai tribunali militari della Repubblica. Torino, Padova, Verona, La Spezia, Roma, Napoli. E invece non sono mai andato a quelli di Palermo e Cagliari. Quasi sempre gratis”. A 102 anni la memoria di quei processi, dove o meno li ha celebrati, è ancora ben presente nei ricordi di Segre. A 102 anni l’avvocato non cede di un passo. È arrivato con la sua auto, in piena autonomia, porge la mano nonostante la pandemia e scrolla le spalle di fronte all’incertezza nello stringerla di chi ha di fronte. “Non mi sono mai arreso”, recita il titolo del libro-intervista in cui racconta la sua vita, iniziata quasi subito in salita, dovendo sfidare le leggi razziste e scegliendo poi l’antifascismo attivo. Due volte incarcerato, prima per dei volantini contro il re e delle lettere in cui parlava male del fascismo, poi perché pescato con documenti falsi. La seconda volta rischiò la pelle, salvandosi per un colpo di fortuna da un colpo sparato da un fascista che si conficcò in un portasigarette d’argento. Quel portasigarette oggi fa parte di una mostra che racconta le sue avventure. La vis polemica ancora oggi non gli manca, si sente legato alla sua identità ebraica ma liquida ogni credo religioso come “scempiaggini”. “Sono un laico”, dichiara e per questo ogni credo per lui è incompatibile. Salvo la fiducia nei propri principi, imparata dal padre. “Era un uomo calmo, non combattivo come me, ma era inflessibile nei suoi principi. Da lui ho imparato ad essere coerente ed indistruttibile nelle mie convinzioni. Credo nella Repubblica, credo nella libertà come supremo bene dell’individuo, credo nel progresso civile. Ho una costruzione mentale per cui sin da giovane mi faceva ridere quel buffone di Mussolini”. Sul presente di questa pandemia, Segre la definisce una sventura che rappresenta “una rivoluzione per la nostra società. E come se ci avesse fatto il lavaggio del cervello e rimesso in gioco chi siamo”. Dal punto di vista personale spiega di aver “riflettuto a lungo sulla condizione del confinamento a casa. Io che ai miei clienti facevo togliere gli arresti domiciliari”. E sul come vive questa fase della sua vita, aggiunge: “Male, sono molto solo. Vivo solo, ho una colf che mi aiuta a casa, una segretaria bravissima che sbriga le faccende burocratiche. Ma come vita interiore non ho niente a cui attaccarmi. Nei confronti dell’ebraismo ho un soffio di simpatia. Per carità mi sento fedele alla mia identità, ho sempre combattuto l’antisemitismo, il razzismo, ma non è la religione per me la risposta. Più che la lettura non ho risorse. Scrivere e leggere, leggere e scrivere. E pagare le bollette.”. Non c’è autocommiserazione nelle parole dell’avvocato Segre, ma la constatazione della propria solitudine. E come scrive lui stesso sul suo giornale, L’Incontro, “in definitiva la vecchiaia è una sfida al Tempo (la morte è una cosa che non si può fare due volte). Sapere invecchiare è il capolavoro della saggezza, attendere serenamente la morte una prova suprema d’intelligenza”.

dr