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“Il Covid e la scoperta della fragilità,
ecco cosa ci insegna l’ebraismo”

La sfida posta all’uomo dalla pandemia pone una serie di angoscianti interrogativi. A quali valori aggrapparsi? Come reagire, costruire e pensare futuro? Un intervento del rav Benedetto Carucci Viterbi, preside del liceo ebraico Renzo Levi di Roma, coordinatore del Collegio Rabbinico Italiano e docente di pensiero ebraico del diploma universitario triennale in studi ebraici UCEI, ha il pregio della chiarezza e dell’incisività. Una lezione ancorata ai valori plurimillenari della Tradizione e ad alcuni grandi Maestri del passato. 
“Nell’animo degli uomini – racconta al Corriere, che pubblica oggi una sua grande intervista – mi sembra di scorgere confusione, timore per il futuro, spaesamento: un senso di esilio da una realtà nota ad una ignota ed imprevista. È una condizione nuova, nella quale i parametri certi e i punti di riferimento sembrano saltati. O perlomeno sembra saltata quella sicurezza nel dominio, della propria vita, del mondo, della natura, che sembrava acquisita, con una buona dose di presunzione, fino alla vigilia della pandemia”.
Un uomo diventato quindi più fragile. Una condizione che non è però caratterizzata da sola negatività. “La fragilità umana – prosegue infatti il rav – è portatrice di riflessione e può regalarci un diverso punto di vista sulla vita: riconoscerla ci permette di comprendere l’esistenza in una prospettiva più sana e ci apre alla capacità di trasformazione”. 
Nell’intervista si mettono più volte a confronto la prima e la seconda fase del contagio. Relativamente al rapporto con il tempo che ha caratterizzato la scorsa primavera, il rav tratteggia la suggestiva immagine di uno Shabbat prolungato. “Nella tradizione e nella pratica ebraica – spiega al suo intervistatore, l’ex sindaco della Capitale Walter Veltroni – lo Shabbat è un tempo altro, fuori della successione cronologica dei momenti feriali: i maestri del Talmud lo identificano come un sessantesimo del mondo futuro, un sessantesimo di eternità. Un tempo senza ieri e senza domani, un presente assoluto e puntuale. Ecco: il lockdown, almeno per coloro che non si sono dovuti confrontare direttamente con i drammi del contagio, ci ha collocato in un presente di spessore infinito”. La seconda ondata, sostiene il rav, ci avrebbe invece fatti ripiombare nel tempo feriale. In una frenesia “che forse ruota su se stessa, per molti con l’angosciosa sensazione di una assenza di prospettiva per il futuro”. Un passaggio quindi dal tempo “senza dimensioni” a quello circolare “che si illude di linearità”. 
Il ricordo del lockdown suscita un’altra riflessione: “Dall’aperto dei luoghi di relazione sociale, spesso diventati abitazione, siamo stati esiliati in casa: un paradosso che la tradizione ebraica vive da millenni: essere stranieri in casa propria. Abbiamo dunque dovuto ridefinire la lontananza e la vicinanza”. Lontani da chi? Lontani da cosa? Si cita al riguardo “una formidabile interpretazione rabbinica della creazione, secondo la quale l’essere umano, all’origine, era bifronte e androgino: due esseri in uno, attaccati per la schiena in una vicinanza assoluta e indifferenziata. Uomo e donna, la differenza, nascono con il distacco e il distanziamento, che aiuta il processo di identificazione” Secondo il rav il distanziamento, nella prima fase, ci avrebbe aiutato “a capire meglio chi siamo” e costretto “a rideclinare più profondamente il senso delle relazioni”. Il timore è che in questa seconda fase, che rav Carucci definisce “più critica, meno tollerante e riflessiva”, il processo di identificazione rischi di trasformarsi “in una deriva identitaria esclusiva ed escludente”. 
Il rav invita a dedicare una parte del proprio tempo libero al silenzio. Afferma al riguardo: “In un punto centrale della Torah, dopo la morte improvvisa e drammatica dei suoi figli, Aron, il fratello di Mosè, ammutolisce. Vaiddom, in ebraico, è il silenzio pietrificato della materia inerte ed inanimata. Impegnare una parte del tempo a questa condizione, non essere immediatamente presi dal desiderio della replica, dal ‘ma’ oppositivo che sorge all’istante sulle nostre labbra, può essere un buon modo per poi uscire dall’inerzia verso l’azione significativa verso sé e verso gli altri”. Per il rav il passo della Torah più pertinente per affrontare questo momento storico è il primo verso del Levitico, quello in cui si legge “Ed il Signore chiamò Mosè e parlò con lui dalla tenda dell’incontro dicendo”. Per spiegare questa scelta si fa riferimento all’esegesi midrashica che sottolinea come Dio chiamasse sempre Mosè per nome prima di parlargli e gli lasciasse, tra un contatto e l’altro, una pausa di riflessione. Una comunicazione “delicatamente preannunciata, indirizzata, non generica, non parola vana”. Una comunicazione quindi con i suoi necessari tempi di decantazione. “Incontrarsi – la lezione che è possibile trarne – è un atto volontario, generoso e di vicinanza, non casuale: è sempre un appuntamento. Mosè aspetta paziente la chiamata fuori della tenda dell’incontro, quel tabernacolo/ santuario che ha appena eretto: non si impone, non pretende, non presenzia a tutti i costi”. Un grande insegnamento che vale anche nel rapporto tra esseri umani, basato com’è su una comunicazione verbale che è il fondamento di ogni relazione. Con l’impegno che oggi ci incalza a lavorare “per ricostruirla, lontani da ogni assertività violenta, in modalità attenta, gentile e premurosa”. 
Tante sfide all’orizzonte. Ma un requisito indispensabile per non uscirne sconfitti: la consapevolezza. “Rabbi Nachman di Breslav – osserva il rav in uno dei passaggi più significativi dell’intervista – diceva che ‘il mondo è un ponte molto stretto, l’importante è non aver paura’. Penso che questo ci aiuti ad essere lucidi nel guardare la realtà senza autoinganni. II mondo non è un’autostrada dal traffico scorrevole: è uno spazio stretto, un ponte sull’abisso sul quale dobbiamo camminare con attenzione ma senza paura. Il cammino è forse la meta stessa: è capacità di muoversi, cambiare, camminare anche con gli altri, andare avanti. Non si può vivere senza speranza ma non si può vivere solo di speranza”.

(1 dicembre 2020)