La protesta della sopravvissuta
“Lukashenko calpesta l’umanità”

In Bielorussia la bandiera bianca con una striscia rossa al centro è diventata il simbolo della protesta contro il regime di Alexander Lukashenko. Non è la bandiera ufficiale, rosso-verde, ma lo è stata in passato. Esporla oggi significa prendere una chiara posizione politica, come dimostrano le grandi manifestazioni anti-Lukashenko a tinte bianco-rosse di questi mesi. E per questo Elizaveta Yakovlevna Bursova, 87 anni, sopravvissuta alla Shoah, aveva deciso di appenderla sul suo balcone. “Il regime di Lukashenko ha calpestato le libertà più elementari, ha distrutto le fondamenta dell’umanità e lo stato di diritto del Paese”, ha dichiarato Bursova di recente alla Jta. Il suo gesto non è però passato inosservato e il regime ha deciso di punirlo: un tribunale l’ha condannata per “azione di massa non autorizzata”, sanzionandola con una multa pari a un mese di pensione. “Anche per una persona anziana come me, è impossibile stare lontano da queste proteste, far finta che non mi riguardi”, ha commentato Bursova, con un passato, sotto l’Unione Sovietica, da campionessa olimpica di tiro a segno. Prima di entrare in tribunale, a media locali aveva detto “di sentirsi come Giovanna d’arco”. “Ho preparato un discorso, ma non so se me lo faranno dire – aveva aggiunto – Volevo solo ricordare che il nostro presidente ha prestato giuramento sotto questa bandiera (quella bianca e rossa), e ha lavorato sotto di essa per due anni”. Con la caduta dell’Unione Sovietica e la raggiunta indipendenza, infatti, la Bielorussa scelse nel 1991 di adottare la bandiera bianca e rossa. Uno stemma nato nel 1918 durante la breve esperienza della Repubblica Popolare Bielorussa e con un passato un po’ tormentato. Nel 1995 Lukashenko riportò il simbolo nazionale ai colori legati al periodo sovietico, togliendo la falce e il martello. “Sono rimasta sorpresa quando è stata messa al bando”, ha dichiarato Bursova, il cui processo è durato dieci minuti e che ha generato molta attenzione mediatica. “L’ultima volta che ho attirato così tanta attenzione è stato negli anni ’50, quando ho rappresentato la Bielorussia nella gara di tiro a segno”, ha raccontato con un sorriso l’87enne, ancora molto energica.
Ai giornalisti fuori dal tribunale ha raccontato un po’ della sua storia. Nata nel 1933 a Vitebsk, nel luglio 1941, fuggì insieme alla madre e alla nonna dalla città mentre i nazisti occupavano la Bielorussia. Le tre riuscirono a prendere l’ultimo treno, che lungo il percorso fu preso di mira dai bombardamenti nazisti. Non ci furono danni e il treno proseguì il suo tragitto. Fino alla fine della guerra, Elizaveta, madre e nonna trovarono rifugio nella zona degli Urali. Nei ghetti di Vitebsk e Beshankovichy sedici membri della loro famiglia furono assassinati. Altri tre persero la vita al fronte, combattendo contro gli occupanti nazisti.
Tornata a casa, Elizaveta si ricostruì una vita, diventando un insegnante ed entrando nella squadra nazionale di tiro a segno, fino a rappresentare l’Unione Sovietica alle Olimpiadi negli anni ’50. Oggi la sua voce è diventata in Bielorussia un simbolo della lotta senza età contro il regime di Lukashenko. Da agosto ha iniziato a partecipare alle marce contro quello che viene definito l’ultimo dittatore d’Europa. “Ho un’amica che conosco dalle scuole e ancora parliamo, ma lei ora si trova dall’altra parte delle barricate. Sa delle mancanze dell’attuale governo, ma dice ‘voglio vivere la mia vita in pace’. E io controbatto: ‘Perché ti preoccupi solo di te stessa?’ Io sono preoccupata per i miei figli, i miei nipoti e pronipoti. Non per me stessa”. E così ha iniziato a prendere parte alle marce anti-Lukashenko. “Ora i miei figli mi hanno proibito di fare queste passeggiate. Dicono: ‘Mamma, forse non dovresti più andarci? Dopotutto, puoi essere imprigionata, e noi come possiamo consegnare un sacchetto di medicine a Okrestina (prigione di Minsk)?”. A 87 anni, sopravvissuta alla violenza nazista prima e al totalitarismo sovietico poi, Elizaveta ai giornalisti risponde di non aver paura e di voler continuare a scendere in piazza. “Questi raduni provano solo ottimismo ed entusiasmo. Non ho paura neanche adesso. La paura non è con noi, è con loro”, in riferimento ai rappresenti del regime.

dr