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Libia, liberi i pescatori sequestrati

Dopo 108 giorni in carcere in Libia, i diciotto pescatori sequestrati dal generale Haftar, tra cui 8 italiani, 6 tunisini, 2 indonesiani e 2 senegalesi, sono tornati in libertà. Una notizia che troviamo in tutte le aperture dei quotidiani di oggi. In cambio della liberazione, spiega La Stampa, Haftar ha ottenuto un incontro a Bengasi con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Il prezzo della libertà dei pescatori è stato il rafforzamento, proprio con il vertice con Conte e Di Maio, del generale libico a spese dell’avversario Al Sarraj, sostenuto dall’Italia in campo internazionale. Un prezzo politico, spiega Repubblica. Anche per questo le opposizioni chiedono a Conte di chiarire in parlamento l’attuale posizione del governo nel complesso scacchiere libico. La svolta per la liberazione, spiega ancora La Stampa, “è maturata negli ultimi giorni, ma le trattative erano entrate nel vivo già da un mese, con un lavoro incrociato di diplomazia e servizi. Risolutivi sono stati gli americani, ma pressioni importanti sono arrivate dagli Emirati Arabi e anche dai russi, mentre molto esiguo è stato stavolta il ruolo degli egiziani”.

“Tre mesi di prigione, è stata dura”. I quotidiani raccolgono le commosse testimonianze dei pescatori e delle famiglie che li attendono a Mazara del Vallo. “Siamo liberi, siamo liberi – dice Giacomo Giacalone, il giovane comandante di uno dei due pescherecci, nella telefonata in lacrime alla moglie Marika – stiamo tutti bene. Ma ho avuto paura di non farcela, ci sono stati giorni in cui mi sono sentito malissimo, il pensiero della famiglia mi ha salvato”. Domani le famiglie potranno riabbracciarsi, quando è previsto il rientro di entrambi i pescherecci (Repubblica).

Russia tra sarcasmo e hackeraggi. Liquida con cinismo Vladimir Putin l’accusa, documentata da diverse inchieste, che dietro l’avvelenamento dell’oppositore Navalny ci sia il Cremlino. “Se fossimo stati noi, sarebbe morto”, ha dichiarato Putin nella conferenza stampa di fine anno, accusando allo stesso tempo Navalny di essere legato all’intelligence americana. Americani con cui il presidente russo spera di rinnovare il trattato New Start che limita i missili nucleari strategici delle due nazioni e scade tra due mesi (Stampa). Per questo Putin apre al presidente eletto Joe Biden con cui, afferma, auspica di “risolvere tutti i problemi emersi”. Questo spirito dialogante contrasta però con la notizia dell’attacco informatico subito dagli Stati Uniti e su cui gli esperti vedono l’impronta russa. Un attacco, portato con strumenti molto costosi e sofisticati, che mette a grave rischio la sicurezza nazionale Usa, spiega il Corriere. Per questo l’esperto che si è occupato di scoprire l’hackeraggio ha chiesto al presidente Trump “di mobilitare tutte le risorse per la sicurezza nazionale e mostrare a Vladimir Putin che gli Usa considerano le sue azioni inaccettabili, chiamando poi a raccolta gli alleati per punire la Russia in modo coordinato”. Trump, scrive il Corriere, non sembra intenzionato a farlo e la palla passerà poi a Biden. Il presidente eletto avrà dunque davanti diverse sfide, come racconta il suo predecessore e amico Barack Obama in un’ampia intervista rilasciata al Venerdì di Repubblica.

L’antisemitismo sui muri di Roma. Ancora scritte antisemite nella Capitale. L’ennesima vergogna è apparsa ieri sull’asfalto del piazzale della scuola Giacomo Leopardi alla Balduina: “Laziale ebreo”. La foto ha fatto il giro del web, suscitando reazioni di indignazione di tutto l’arco politico. Il gesto è stato definito una vergogna e un’offesa per tutti dal presidente della Regione Lazio Zingaretti, che ha ribadito come non sia tollerabile “nessuna forma di antisemitismo”, aggiungendo che “il gesto è tanto più grave perché commesso di fronte ad una scuola” (Repubblica Roma). Ferma condanna anche da parte della sindaca Virginia Raggi, che si augura “che i responsabili di questo miserabile gesto siano individuati e puniti severamente” (Corriere Roma).

Vaccini. Israele sta pensando alla possibilità di consegnare all’Autorità nazionale palestinese (Anp) vaccini contro il Covid se avrà un surplus di dosi. Lo riporta in una breve Avvenire, richiamando le parole ha del viceministro della sanità israeliana Yoav Kisch all’emittente pubblica Kan. “Israele – ha spiegato Kisch – si sta assicurando di avere più del 100% di vaccini per il Paese. Se constatiamo che i bisogni sono soddisfatti e abbiamo ancora dosi, prenderemo sicuramente in considerazione di aiutare l’Anp”. Israele avvierà da domani le vaccinazioni, a partire dal premier Netanyahu e dal Presidente Rivlin. A proposito di vaccini, in Italia la senatrice a vita Liliana Segre è tra coloro che chiedono un’interrogazione urgente affinché ci si occupi della vaccinazione della popolazione carceraria (Corriere).

Una lezione all’Egitto. È previsto per oggi il voto del Parlamento Ue su una risoluzione in merito alla violazione dei diritti umani in Egitto, in cui è citato il caso Regeni e la richiesta di rilascio di Zaki. “Al Sisi è un feroce maresciallo d’operetta, è inaccettabile sostenerlo”, dice a La Stampa Bernard Guetta, giornalista francese esperto di geopolitica ed europarlamentare. Nei confronti dell’Egitto – ma non solo – Guetta auspica che “l’Ue parli con una voce sola e cerchi la sponda di Biden”. E si dice preoccupato per “il ritorno, in quasi tutte le capitali occidentali, della vecchia idea, totalmente sbagliata, secondo la quale bisognerebbe sostenere i dittatori per evitare l’arrivo al potere degli islamisti. Era l’idea dominante fino alle primavere arabe del 2011 e con quegli eventi abbiamo capito che era proprio il nostro sostegno ai dittatori a rafforzare gli islamisti”.

Ciclismo. L’atteso debutto di Chris Froome con la maglia della Israel Start-Up Nation adesso ha una data certa: il 24 gennaio alla Vuelta San Juan in Argentina, racconta oggi la Gazzetta dello Sport.

Jciak. La Gazzetta del Mezzogiorno celebra i 75 anni di Steven Spielberg, definito re Mida di Hollywood. Sul Foglio, a proposito di cinema americano, viene raccontata la storia di due ebrei ungheresi, Adolph Zukor e Vilmos Fuchs (che cambierà il suo cognome in Fox), considerati tra i fondatori di Hollywood.

Daniel Reichel