Lo schiaffo più duro

Crediamo di trovare accenni al Tikkun Olam nella poesia recitata dalla bellissima e talentuosissima poetessa Amanda Gorman nell’Inauguration del Presidente Joseph Biden il 20 gennaio 2021: “The hill we climb, If only we dare, It’s because being American is more than a pride we inherit, it’s the past we step into and how we repair it”.
Sennonché, quando nella sua composizione poetica dice che voleva arrivare in alto, non pensa che lo si debba all’American Dream, una corsa dove tutti si parte alla pari, e non alla giustizia sociale, che allinea capaci ed incapaci tutti insieme, con un lieve vantaggio per questi ultimi. E infatti, nella poesia ci spiega – non richiesta – di essere una ragazzina magra afro-americana cresciuta da una mamma single, che lei sognava un giorno di diventare Presidente e oggi recita all’insediamento di un Presidente. Nel suo inno pauperista dimentica che se la madre è single lo si deve ad una legittima scelta e non al razzismo, e che la madre nubile è una validissima insegnante.
Il diavolo veste Prada, come recita il romanzo di Loris Weisberger, e anche un angelo come lei può beneficiarne, perché quel bel cappotto giallo della famosa griffe con cui recitava non costa meno di tremila dollari. Peraltro, le sta alla perfezione e ha fatto benissimo a indossarlo, un poco meno a farsi compatire, come se fosse un miracolo la sua presenza in cotanta sede. Bill Clinton, che era povero e maltrattato dal patrigno, si dedicava a collezionare donne (non aveva voluto ripiegare sulle figurine Panini), ma non le attirava lamentandosi.
Se Amanda Gorman leggesse o rileggesse Robert Hughes (Culture of complaint, 1993) forse scoprirebbe che lo schiaffo più duro ai razzisti lo si infligge non piangendosi addosso in diretta, ma esibendo con un sorriso la sua bellezza, il suo talento e la sua creatività, tanto per scoprire che è molto più bello essere invidiati che compatiti.

Emanuele Calo, giurista

(2 febbraio 2021)