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Segnalibro – Le corone della Torà

È da oggi nelle librerie Le corone della Torà, il nuovo saggio del professor Massimo Giuliani. Pubblicato dall’editore Giuntina, lo studio si caratterizza per una affascinante e dotta ricognizione, in dodici capitoli, sui processi di interpretazione nell’ebraismo.  
Apprezzato collaboratore di questa redazione, curatore in particolare della rubrica Machshevet Israel, il professor Giuliani insegna Pensiero ebraico all’Università di Trento e Filosofia ebraica nel corso del diploma universitario UCEI. Tra i suoi libri recenti La giustizia seguirai. Etica e halakhà nel pensiero rabbinico(2016) e Le terze tavole. La Shoah alla luce del Sinai (2019).
Per la Giuntina sta coordinando la pubblicazione dei trattati del Sefer ha-madda‘ di Maimonide, di cui ha curato le Hilkhot de‘ot, Norme di vita morale (2018).

Minnàin she. «Da dove si deduce che…?». Difficile trovare, fuori dall’orizzonte ebraico, un approccio religioso che esiga un tale impegno della ragione umana e l’impiego così sistematico della logica. La ricerca di una giustificazione per ogni opinione e per ogni modalità comportamentale, al di là della parola o del versetto che materialmente le «giustifichino» (ma che potrebbero risultare contestabili), è già di per sé un’operazione razionale. Il Talmud è un ricettacolo straordinario di espressioni interrogative tese a sviluppare un’attitudine non dogmatica, non acritica o semplicemente non ragionata verso qualsiasi problema di natura religiosa, sia in ambito teologico sia nella sfera etica. La logica è il grande presupposto della religiosità ebraica, perché quest’ultima presume che niente riveli la dimensione di imago Dei insita nell’essere umano più delle sue capacità intellettuali. Non solo il testo sacro non va preso «a scatola chiusa», ma esso sarebbe profanato nella sua sacralità se non venisse indagato, sviscerato, quasi contraddetto con obiezioni e controobiezioni, sollecitato a dire di più e a volte a dire il contrario di quel che attesta un’evidenza testuale di superficie. E non solo il testo sacro; anche la sua interpretazione da parte dei maestri va soggetta – deve essere assoggetata – ad analisi, verifiche, obiezioni e contraddittorio: il miglior allievo è quello che meglio sa contraddire il suo maestro e il miglior compagno di studio è colui che solleva il maggior numero di dubbi e di domande su una data questione. Con espressione felice David Banon, allievo di Levinas, ha parlato di «ermeneutica della sollecitazione», dove per sollecitazione, sia a livello semiotico sia a livello semantico, si intende «il compimento di un senso rimasto in sospeso [in quanto] disfà le maglie del testo, ne allenta la trama… si smarrisce tra le parole, socchiude i vocaboli… taglia i versetti… decostruisce il logos apparente che ne costituiva il cemento». È il lavoro dell’esegesi rabbinica, che prende nome di midrash, il quale – dice ancora Banon – è un grande pretesto per pensare.

Il midrash non è una lettura frettolosa o precipitosa, che vorrebbe far economia della lettera e/o dell’«archi-scrittura» cioè degli spazi bianchi, dei silenzi, della scriptio defectiva, dei punti straordinari, dei segni di cantillazione, delle grafie singolari, dei tempi morti, in breve: di tutto ciò che può avere senso. È una lettura lenta, attenta al percorso del senso in tutte le pieghe e i meandri del racconto. Il midrash è, precisamente, ricerca del senso da rinnovare, come se i versetti gridassero senza sosta: interpretateci!

Le espressioni idiomatiche in aramaico che, in nome della logica e del pensiero critico, dialettizzano tanto i dialoghi tra i maestri quanto le relazioni dei maestri con i loro discepoli sono frequentissime e sparse quasi in ogni pagina dei trattati del cosiddetto «oceano talmudico». Adin Steinsaltz e la stessa edizione italiana di quei trattati ne fanno un elenco delle più comuni: adderabbà ipkhà mistabrà: anzi, sarebbe più logico dire il contrario!; àlma: ecco dunque logicamente dimostrato che; hakhì hashtà: ma è propio così?; hakhì nami mistabberà: e così è ragionevole pensare; urminhu: si evidenzia una contraddizione; mai shenà: per qual motivo… ovvero «che differenza c’è», poiché sull’indagine e sulla capacità di distinguere tra termini e concetti si fonda ogni ragionamento con pretese di validità; metiv: ecco un’obiezione; menà hannè millè: da dove il maestro ha imparato queste cose?; matqif: controbatte [con un’osservazione logica]; salqa da‘atakh aminà: siccome potresti dire che… invece… [introduce un’ipotesi]; teyuvtà: obiezione inequivocabile; tippoq leh: deducilo [nel senso che, invece che dal parametro A la regola si può ricavare dal parametro B].
L’elenco è sommario e incompleto, ma ad esso aggiungerei tre espressioni che erano particolarmente care al mio maestro: l’esclamazione tequ, acrostico dell’espressione ebraica Tishbì [Eliahu ha-navì] yetaretz qushyot u-va‘ayot, che significa «il Tishbita – il profeta Elia precursore del messia – risolverà domande e problemi’. Paolo De Benedetti la citava per dire che, nell’ambito del religioso, è vano pensare che abbiamo una risposta a tutte le nostre domande o a tutti i nostri dubbi, e una fede che pretende di averla, quella risposta, non è fede ma ideologia. E traduceva tequ con un semplice «sospeso», poiché alcune questioni esistenziali sono e devono restare sospese, senza soluzione definitiva, la quale verrà, forse, quando verrà il messia, alla fine della storia. Poi l’espressione cautelativa ki-vyakol: se così possiamo dire. Quando si tratta di pensieri teologici o di attributi divini o persino della complessità dell’essere umano, nessun termine è davvero adatto e tutti sono validi solo per approssimazione o probabilità. E infine l’espressione ulay, «forse», l’avverbio di dubbio che riecheggia nell’aramaico talmudico mimmai dilmà: da dove, forse…, a cui associava un tradizionale mi yodea‘: chissà. «Secondo André Neher ulay è “la parola chiave del pensiero ebraico”. Ulay non significa scetticismo, ma – come nel caso di “non so” [cfr. Berakhot 4a] – consapevolezza del fatto che la Torà scritta e la Torà orale non svelano, non esauriscono tutta la propria ricchezza. O meglio, che l’uomo non ne è interprete infallibile e definitivo».

Massimo Giuliani – Le corone della Torà, Giuntina

(11 marzo 2021)