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Cancellare Mozart e Beethoven

Se con un colpo di spugna potessimo cancellare la cosiddetta “cancel culture”, molte visioni distorte del nostro tempo sarebbero superate. Cosa è la cancel culture? Quella fanciullesca ma implicitamente spietata visione del mondo secondo la quale deve rimanere in vita solo ciò che “il modo di vedere democratico di oggi” (ma ne esiste uno solo?) giudica giusto e buono, mentre il resto è opportuno che finisca nell’immondezzaio dell’umanità. Quell’orientamento iconoclasta occupato a scovare statue di personaggi celebrati per vari motivi ma uniti dal giudizio infamante (talvolta però inventato di sana pianta) di razzismo/colonialismo e per questo abbattute a furor di popolo. Quella tendenza pregiudizialmente nemica della cultura occidentale che nei giorni scorsi ha tirato fuori dal cappello una trovata “geniale”, capace di mettere in luce il vuoto assoluto di chi ad alto livello l’ha formulata (proviene addirittura dal Collegio docenti dell’Università di Oxford): ridimensionare fortemente o rendere facoltativo nel programma di formazione musicale lo studio del pianoforte e delle partiture per orchestra “capisaldi della musica europea bianca”, capaci di causare “disagio tra gli studenti di colore”. In sostanza, i corsi musicali dei prossimi anni dovrebbero ridurre drasticamente lo studio delle opere di Mozart e Beethoven, perché “si concentrano troppo sulla musica bianca europea nel periodo dello schiavismo“ (Leggo queste incredibili notizie, delle quali è difficile dire se siano più comiche o più sconfortanti, in un articolo del “Fatto Quotidiano” del 29 marzo).
Precisazioni più recenti chiariscono ora che si trattava almeno in parte di fake news, impropriamente lanciate da “The Telegraph” e poi raccolte dal mondo dei media. Pare che la maggior parte dei professori di Oxford non volesse ridurre o addirittura escludere Mozart e Beethoven, ma solo aggiungere spazi di formazione musicale più ampi dedicati alle culture non occidentali e soprattutto afro-americane. Giusto e doveroso. Purché però non si insita nell’attribuire assurdamente alla musica classica un carattere coloniale o schiavistico, o nell’inventare patetiche amenità come il disagio da essa prodotto negli studenti neri.
E comunque il discorso di fondo sulla cancel culture non cambia. Purtroppo questo modo di pensare (?) e di agire ormai ampiamente diffuso non si cancella; anzi, esso non è più solo il riflesso della mentalità balzana di qualche presunto intellettuale pseudo-rivoluzionario; oggi è divenuto un modello istituzionale, affermandosi in modo crescente e minaccioso anche nel mondo accademico e in generale in quello della cultura. Perché ciò è potuto avvenire? Quali ne sono le motivazioni? Sinteticamente, direi la superficialità livellatrice dello sguardo rivolto al passato e al presente, capace di trasformare ogni sfumatura di problematica complessità in contrasto manicheo tra “buono” e “cattivo”, come in un cartone animato giapponese; la presunzione senza limiti secondo la quale la nostra società e la Weltanschauung oggi dominante sono da prendere come modello assoluto; l’autoreferenzialità esclusiva, per la quale esistono solo il tempo presente e lo sguardo oggi più affermato e approvato; l’intolleranza di fondo verso ogni diversità di prospettiva. Si tratta di limiti ben precisi, diffusi nella società odierna: è naturale che emergano e tendano ad affermarsi.
E nel fondo, al di là delle smentite del mondo accademico e degli scoop lanciati con avventatezza da alcune testate, non muta neppure la sostanza che il fatto specifico mette in evidenza: la spinta populistica verso una graduale perdita di centralità del tradizionale patrimonio culturale (di carattere musicale in questo caso) nella visione diffusa a livello di massa e anche nell’ambiente degli addetti ai lavori.
La risposta alle tentazioni della cancel culture, che tenta (per ora fortunatamente senza successo) di trovare spazio persino ad Oxford rischiando di mettere in dubbio – in nome del “politically correct” – la storia e le potenzialità formatrici della musica, viene dalla musica stessa e dalle opere dei due giganti ora messi da alcuni sul banco degli imputati. Per la natura del suo stesso linguaggio, la musica unisce portando nell’interiorità la dimensione dell’infinito: concetto, questo, mirabilmente espresso dai primi romantici (Schlegel, Tieck, Hoffmann, Schelling), ma posseduto dai musicisti di tutte le epoche. Con il suo carattere coinvolgente ed aggregante, la grande musica (non parlo qui evidentemente degli inni e delle marce dei regimi imperiali) non può essere arte divisiva o strumento di conquista e di colonizzazione culturale. Per comprendere ciò basta pensare alla “forma sonata”, tipica espressione di una vicenda sonora capace di avvincere ognuno nel suo percorso: primo tema-secondo tema-sviluppo basato su contrasti e variazioni-ripresa; è un itinerario emotivo che parla a tutti in un linguaggio universale, in grado di generare una immedesimazione insieme sentimentale e razionale attraverso il flusso del discorso musicale.
Ma veniamo ai due punti di riferimento messi al bando dai nostri “cancellatori” e facciamo alcuni esempi concreti del carattere e del linguaggio universali propri della loro musica. Il “Flauto magico” di Mozart con i suoi ideali “massonici” di umanità, di luce della conoscenza, di giustizia, di libertà, di condivisione propri del mondo di Sarastro e opposti alle tenebre su cui regna la Regina della Notte esprime come nessun altra opera d’arte l’aspirazione illuministica a un mondo più equo e più saggio. Ma lo stesso impulso anima il Requiem K. 626, l’ultimo (incompiuto) lavoro mozartiano, così come il giovanile “Idomeneo”, la tardiva “Clemenza di Tito”, e tutta l’opera sinfonica e strumentale del genio salisburghese. E che dire di Beethoven? La sua Nona Sinfonia percorre l’avventura dell’interiorità umana sino alla libertà: la Freude dell’ “Inno alla Gioia” di Schiller equivale per lui alla Freiheit, alla libertà che l’intero genere umano è impegnato a conquistare come supremo traguardo di fratellanza universale. Ma già la Terza Sinfonia “Eroica” (dedicata nella versione finale “Al sovvenire di un grande uomo” e non più a Napoleone, proclamatosi imperatore) rimanda agli ideali della Rivoluzione francese che nel primo Ottocento si andavano diffondendo in Europa. La stessa ansia di libertà e insofferenza di vincoli si respira nella ricerca espressiva delle ultime Sonate per pianoforte, delle “Diabelli Variationen”, degli ultimi Quartetti per archi: le pagine finali in cui un Beethoven rivoluzionario scardina e reinventa la forma sonata in nuove architetture sonore, traguardo di autonomia creativa e manifestazione integrale dell’umano. Mozart e Beethoven dunque (e la storia della musica in genere) sono tutti diretti verso nuovi mondi e nuovi significati artistici di valore universale: e questo sviluppo non è forse un valore di libertà e di cultura lasciato all’umanità intera, senza i privilegi occidentali o “bianchi” e senza le esclusioni colonialistiche che stupidamente alcuni vogliono vedervi? Chi può mai pensare di privare le giovani generazioni di questo pane?
Un futuro senza (o con meno) grande musica sarebbe un futuro senza colori, un mondo “in bianco e nero”. Ma certo i nuovi Soloni della correttezza dei valori non mi passerebbero questa espressione, che giudicherebbero un modo palesemente razzista di manifestare la propria opinione.

David Sorani