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L’intervista a Elèna Mortara
“Per raccontare davvero Roth
bisogna partire dai suoi libri”

Si infiamma il dibattito sulla figura di Philip Roth. La ragione sta in due libri in uscita, per il momento solo in America. Il primo, in libreria tra qualche ora, è la sua biografia ufficiale Philip Roth: The Biography (W.W. Norton & Company) scritta dal 57enne Blake Bailey. Il secondo, in circolazione da maggio, Philip Roth A Counterlife (Oxford University Press), il cui autore è il 77enne Ira Nadel. Entrambi sono biografi di successo, anche se dal background molto diverso.  
La stampa internazionale, e di riflesso quella italiana, anche per via della prossima traduzione del libro di Bailey con Einaudi, se ne sta occupando da qualche giorno. Mettendo un carico particolare sugli aspetti più “piccanti” relativi alla vita del grande scrittore, per molti addetti ai lavori ingiustamente privato della soddisfazione di un Nobel. A partire dal suo complesso rapporto con l’universo femminile. 
Ne abbiamo parlato con Elèna Mortara, docente universitaria e curatrice per Mondadori del primo Meridiano dedicato alle opere giovanili e della prima maturità di Roth. Fu proprio Mortara, nel dicembre del 2017, a fare allo scrittore l’ultima intervista. Un colloquio di grande respiro, pubblicato sulla rivista della Philip Roth Society e poi ripreso, nei suoi tratti salienti, da numerose testate (anche in Italia, dove è stato evocato nel corso di un incontro con il Centro Studi Americani di Roma da poco trasmesso anche dalla Rai). Racconterà Mortara: “Al dodicesimo piano, vicino alla soglia, appena fuori dalla sua porta aperta, c’è Philip Roth, che mi dà il benvenuto. Quando entro, sono inondata dalla luce del soggiorno luminoso e spazioso, con grandi porte-finestre che si aprono sulla parete opposta da cui si scorge la città. Roth indossa una camicia blu ardesia e pantaloni di lana marrone. Ci sediamo in questo spazio inondato di luce, con un tavolino pieno di libri accanto a noi, e iniziamo a parlare. È una conversazione amichevole, che passa dai ricordi della sua esperienza a Roma a memorie di famiglia, dai suoi incontri con altri scrittori alle riflessioni sui suoi libri. Ci sono momenti di grandi risate e talvolta sorprendenti scoperte”. 
Pochi mesi dopo quell’incontro Roth morirà. Dal 2012 Bailey ne sta scrivendo la biografia. Non potrebbero essere più diversi: Roth, la cui scrittura è permeata, spesso conflittualmente, ma comunque imprescindibilmente, di ebraismo; Bailey, che di quel mondo non sa niente.  
Una fiducia ben riposta? 
Parto da una premessa: non ho ancora letto il libro. A differenza del testo di Nadel, cui ho dato una rapida scorsa. L’impressione che ne ricavo, dalle recensioni già uscite in anteprima, è comunque di un lavoro molto approfondito, senz’altro ben fatto, ma focalizzato non su quello che è stato il centro della sua vita: la scrittura. Roth ha scritto un libro ogni anno e mezzo. Alla scrittura, con risultati eccelsi, ha dedicato ogni sua energia. Bisognerebbe rileggere la sua vita partendo da questo fatto incontestabile. ‘La mia vita come scrittura’: questo dovrebbe essere il titolo di una biografia all’altezza della sfida.    
Lei conosce personalmente uno degli autori, Nadel, ed è ben informata sull’altro. Può raccontarci qualche retroscena sulla stesura dei libri? 
Roth, come noto, era gelosissimo della sua storia personale. Gran parte della sua scrittura si basa infatti su dati di conoscenza diretta che vengono poi trasformati e rimodulati con la fantasia. Era un qualcosa di cui voleva il controllo assoluto. Ricordo che anche nei Meridiani pretese una biografia non ampia, ma ristretta al massimo. La sua intera produzione letteraria è costellata di “maschere”: Nathan Zuckerman ne è la più celebre, ma non l’unica. Se ne serviva anche per difendersi dalle accuse di misoginia di cui fu spesso vittima nel corso della sua vita. Ebbi modo di confrontarmi con Nadel e il noto biografo di Saul Bellow, Zachary Leader, su questi temi. Fu un’occasione davvero importante a farci ritrovare a Newark nel 2013: l’80esimo compleanno di Roth. Bailey, da qualche mese, aveva ottenuto l’incarico. E quindi l’esclusiva sul materiale riservato che gli sarebbe stato messo a disposizione. Con gran danno per Nadel, che Roth minacciò di azioni legali nel caso si fosse addentrato in quel terreno. Nell’introduzione al suo libro colgo un certo risentimento, diversi aspetti di frustrazione e scontentezza che sarebbe stato meglio eliminare.  
La critica tende a enfatizzare alcuni aspetti più controversi. Roth, come sostengono i detrattori, odiava le donne? Era arido di sentimenti? 
Direi proprio di no. A dimostrarlo è anche la riconoscenza che traspare dai figli della prima moglie, nei confronti dei quali Roth, nonostante non ne fosse il padre, si sarebbe comportato in modo tenero e affettuoso. Anche il suo rapporto con le donne è tutto da riscoprire. E mi pare che Bailey, autore molto sensibile a questo tema, lo faccia abbastanza bene. Mi baso, ripeto, su quel che sto leggendo. Non su una conoscenza diretta del testo. In ogni caso, la produzione letteraria di Roth offre diversi esempi illuminanti. Non è vero, come dicono alcuni, che le donne da lui raccontate abbiano sempre una rappresentazione negativa. Penso ad esempio a Nemesi, il suo ultimo libro, dove un uomo colpito da poliomielite rinuncia al progetto di sposarsi nonostante la fidanzata, Marcia, sia ben disposta ad accettarlo anche così, debilitato da quella terribile malattia. Oppure a La macchia umana, altro testo fondamentale, la cui protagonista femminile è senz’altro “semplice” nelle sue caratteristiche ma con una connotazione assai positiva: basti dire che alcune delle pagine più importanti del romanzo sul senso profondo della vita, e l’idea stessa di “macchia umana”, sono affidate ai pensieri e alle parole di questo personaggio. Ricordo poi che Roth, sul letto d’ospedale, ormai morente, ha avuto molte amiche al suo fianco. Quell’accusa, l’accusa di misoginia, gli è costata molto. Era convinto che fosse alla base del mancato conferimento di un Nobel. Un riconoscimento che avrebbe senz’altro meritato.  
Teme che l’onda lunga della “cancel culture” e alcuni eccessi del movimento “Me too” possano colpirne la memoria in modo indelebile? 
Il rischio purtroppo esiste. Anche Saul Bellow, per citare un altro grande scrittore, è stato ridimensionato da alcuni per via della sua supposta adesione finale a posizioni politiche più conservatrici di quelle da lui sostenute da giovane. Un grave errore che spero non si ripeta. Quando ci troviamo davanti a dei giganti della scrittura, come nel loro caso, ogni altra considerazione perde significato o va soppesata con molta attenzione. Quando parliamo di Roth non possiamo che ammirarne la grandezza della scrittura. La varietà dei temi e delle modalità narrative. La complessità e la stupefacente ricchezza della prosa. La disinibita vivacità della rappresentazione e la profondità del pensiero. Quello e solo quello.  
In Italia è sufficientemente apprezzato? 
Mi sembra di sì, in particolare dalla fine degli Anni Novanta. Per capirsi, dall’uscita di Pastorale americana in poi. L’attenzione stessa che viene dedicata a queste due biografie ne è una dimostrazione. Roth aveva un rapporto speciale con l’Italia: c’era stato da giovane e spesso, tra le sue pagine, affiora il ricordo di quelle esperienze. Un tema che meriterebbe ulteriori approfondimenti.

Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked

(6 aprile 2021)