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Rav Elia Richetti (1950-2021)
Un tesoro di saggezza

“Mi risulta che il primo Fink ad arrivare in quella che poi sarebbe diventata Italia, Gorizia, sia stato mio nonno Benzion…” Così comincia una lunga intervista che registrai quasi trent’anni or sono con mio padre. Una registrazione in cui cercammo di raccogliere tutte le memorie che gli rimanevano o che aveva potuto raccogliere, intorno a questi Fink arrivati dalla Russia e spariti, quasi tutti, nei campi nazisti dopo quarant’anni di vita italiana. Erano memorie frammentarie, quelle di mio padre bambino piccolo negli anni prima della guerra. A riempire alcuni dei buchi rimasti nel racconto arrivano ogni tanto le pagine ingiallite del Vessillo Israelitico digitalizzato con opera meritoria dal Cdec; e soprattutto ci pensò lui, rav Elia Richetti, sia il suo ricordo di benedizione, tanti anni dopo. Lui, nipote di rav Ermin Friedenthal che all’epoca era rabbino capo di Gorizia, aveva sentito raccontare tanto di quel gruppo di russi e polacchi che includeva i Fink ma anche i Farber, gli Eckert, i Rotstein. Mi raccontò fra l’altro che quando il mio bisnonno Benzion fu assunto come cantore, posto che resse negli anni terribili della prima guerrra mondiale, e fino agli anni ’30 quando si spostò definitivamente a Ferrara, fu assunto con una clausola molto speciale: assunto a tempo pieno e con stipendio, ma a patto che… non cantasse, per un anno intero. Che fosse presente sempre alle funzioni, che imparasse i dettagli del nobile rito goriziano: e quando fosse ben sicuro delle melodie, allora e solo allora salisse finalmente in tevà. Oggi pare un accordo ben strano, ma a spulciare fra gli antichi contratti negli archivi delle nostre Comunità, si scopre che non fu certo un’eccezione, se non forse per il tempo un po’ lungo di questo particolare “apprendistato”. Non c’è da sorprendersi: gli ebrei italiani sono sempre stati fieri e gelosi delle proprie tradizioni locali, rappresentate al meglio dal repertorio musicale, magari un composito di influenze diverse accumulatesi negli anni e di cui oggi si è persa traccia, ma caratteristica identitaria forte, memoria uditiva di un luogo, una città, una sinagoga.
Rav Richetti, sia il suo ricordo di benedizione, portava in sé questa ricchezza di ricordi. Lui, dotato di una portentosa capacità di tenere a mente le mille melodie dei Templi di mezza Italia, era per le nostre memorie ben più fragili e fallaci un tesoro di saggezza. Nel mio caso, le sue memorie goriziane hanno potuto ricostruire squarci in un tessuto narrativo che si era sfrangiato ormai in maniera quasi irrecuperabile: ma in generale, per chiunque conservi il ricordo dei canti ascoltati al Tempio in gioventù, la sua era una memoria capace di ricostruire infranti, di arrivare diritto al cuore con la precisione di una melodia antica e che solo lui era capace di non dimenticare, con quel baritono potente che scendeva nell’animo di chi ascoltava, quel vibrare profondo e melodioso che sembrava sorridere, quella voce gentile che esprimeva la gioia del ricordo, la gioia del canto. So di parlare a nome dell’intera Comunità di Firenze e non solo quando dico che quella voce e quel sorriso ci mancheranno immensamente: l’ebraismo italiano è, oggi, più povero assai.

Enrico Fink

(6 aprile 2021)