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Le iniziative a 100 anni dalla scomparsa
‘Ernesto Nathan, una lezione europea’

Poche figure si stagliano, nella storia recente di Roma, alla quota raggiunta da Ernesto Nathan. Sindaco della Capitale dal 1907 al 1913, ebreo laico e fervente mazziniano, riformatore dalla visione ampia ma anche dallo spiccato pragmatismo, fu tra i principali protagonisti di un’epoca. Un’esperienza di servizio pubblico che il Ministero dello sviluppo economico ha scelto di celebrare questo venerdì, nel centesimo anniversario dalla scomparsa di Nathan, con l’emissione di un francobollo commemorativo. Simbolicamente un ponte con quanto avverrà appena pochi giorni dopo, il 15 aprile, quando un altro francobollo (nel centenario dalla nascita, rispondendo a una richiesta in tal senso dell’UCEI) ricorderà Settimia Spizzichino, unica donna sopravvissuta tra quante furono catturate nella retata del 16 ottobre 1943.
La figura del grande sindaco vive anche in una serie di iniziative editoriali coordinate dalla professoressa Marisa Patulli Trythall, a capo del Progetto Nathan. Due raccolte di saggi hanno visto la luce (e una terza seguirà a breve) con l’obiettivo di ripercorrere “gli anni della sua sindacatura, ma anche il percorso etico e politico che lo mosse, partendo da Mazzini per prendere poi forma autonoma e attestarsi su tanti, diversi, piani politici” (l’editore è Nova Delphi Academia).
Ernesto Nathan. L’etica di un sindaco è stato il primo volume a vedere la luce. È poi arrivato 150 anni sulla breccia. Roma, una capitale in trasformazione. Un ulteriore testo, in stampa nei prossimi mesi, sarà specificamente dedicato all’anniversario. Numerosi gli studiosi che hanno offerto un contributo per ragionare su quegli anni, il loro significato ma anche la loro eredità. Un patrimonio vivo d’idee e ideali.
In Nathan, osserva la professoressa Patulli Trythall, “si raccolgono, per disperdersi nuovamente, ma in direzione opposta, le fila di principi etici che, come nell’immagine di un prisma solare, cambiano di direzione, pur restando gli stessi”. I principi che furono collante per le guerre di indipendenza e per l’Unità d’Italia finirono infatti per dettare “da un lato riforme precorritrici di uno stile di vita cosmopolita”, dall’altro, registrando il cambio di segno, “ripiegarono su formule politiche e su diatribe vecchie, seppur vissute come espressioni di fresca, rinnovata, gioventù ideale”. 
Indelebile anche l’imprinting ebraico. “Alcuni – fa notare rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma – l’hanno trovato nel rigore morale, nell’onestà, nell’impegno sociale, nell’anticlericalismo; tutte cose certo presenti nell’ebraismo ma non esclusive dell’ebraismo”. Il rav si sofferma su un concetto cardine espresso da Nathan: “Nessuna chiesa senza scuola”. Una frase che, ricorda, usò “per attaccare la Chiesa di Roma che costruiva edifici religiosi e trascurava l’istruzione popolare, alla quale invece Nathan dedicava il suo impegno politico”. Se si va a cercare l’origine di questa idea, prosegue il rav, “a parte l’uso della parola chiesa, da intendersi come luogo di culto, non c’è nulla di più ebraico di questa regola”. 
Fondamentale, nelle scelte di Nathan, l’esempio della madre Sara. Una figura che, per Anna Foa, “ha senza dubbio incarnato il momento più alto del connubio tra rivoluzione italiana ed ebraismo”. Secondo la studiosa l’adesione di tanti ebrei italiani al Risorgimento e di una vasta fascia di loro al repubblicanesimo mazziniano è infatti ben simboleggiata “dal percorso di questa figlia del ghetto divenuta espressione della strada ebraica”, del contributo ebraico a questa grande avventura.
Nathan, amministratore formidabile, è stato archiviato molto in fretta. Come ricorda Gadi Luzzatto Voghera, direttore della Fondazione Cdec, l’oblio di poco successivo alla sua scomparsa fu determinato dalla “radicalizzazione delle identità” caratteristica degli Anni Venti e Trenta del secolo scorso. Un torto cui si sta ponendo rimedio attraverso studi “che si vanno moltiplicando su di lui e sul significato che il suo lavoro ebbe per la capitale e per l’Italia intera nella cosiddetta età giolittiana”. Il segno più evidente e benvenuto “di una rinnovata speranza in un’Europa che si fondi proprio su quelle radici”. 

a.s twitter @asmulevichmoked

(7 aprile 2021)