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Periscopio – Barzellette

Il libro Le migliori barzellette ebraiche, a cura di Roberto Modiano, recentemente pubblicato (Etabeta), rappresenta davvero una silloge di notevole valore, la cui lettura sarà quanto mai utile e gradevole non solo per chi voglia rilassarsi e sorridere grazie a qualche arguta freddura, ma anche per chi desideri addentrarsi più in profondità nella conoscenza e comprensione di quel fenomeno così complesso e caleidoscopico che è l’ebraismo. Non c’è dubbio, infatti, che quello dell’umorismo è un punto di vista particolarmente alto e onnicomprensivo, che abbraccia la totalità delle attività umane, e particolarmente quelle che, da sempre, sono considerate più sacre e importanti, più strettamente legate alla peculiare posizione dell’uomo nel creato, ai suoi vizi e alle sue virtù: la famiglia, il sesso, la morte, il denaro, i rapporti con il prossimo e con la divinità. “La vis comica delle barzellette classiche – scrive Modiano nella prefazione – si basa su quanto succede al protagonista, che è sempre vittima di una situazione tragica o ridicola, che fa scattare la risata finale dell’ascoltatore che, in materia scaramantica, allontana da sé il nucleo tragico o ridicolo della storiella”. Ma, prosegue il curatore, “l’umorismo ebraico… è basato su canoni doversi: non vengono ridicolizzati gli ‘altri’, ma si ride principalmente di se stessi: ovvero, le barzellette ebraiche si basano sugli stereotipi classici attribuiti dai goyim agli ebrei che, storicamente, vengono etichettati come avari, furbi, lamentosi, avidi, vittimisti e così via”. Una forma di autoironia che è il prodotto di secoli e secoli di persecuzioni e sofferenze, che avrebbero generato quello che Modiano definisce “un autovaccino, un antidoto usato dagli ebrei nelle tante situazioni difficili e drammatiche in cui si sono venuti a trovare nella loro millenaria diaspora”. Un “ridere per non piangere”, “un’efficace modalità ebraica per esorcizzare molti dei drammi della vita”.
Ma questo “autovaccino” si rivela prezioso non solo per gli ebrei, ma per tutti gli uomini, perché tutti, senza dubbio, conoscono la sofferenza, la sconfitta, l’umiliazione, e tutti hanno bisogno di esprimere, in qualche modo, la propria impotenza, il proprio dolore. Henri Bergson, nel suo saggio Il riso, scrive che, per poter ridere di qualcosa, occorre un distacco tra la propria condizione personale e la vicenda o la narrazione atta a sollecitare il riso: per ridere di una storia di corna occorre non avere le corna. Ma, se è così, può essere una grande lezione di coraggio vedere come tante persone siano riuscite, per secoli, a superare questo distacco, a ridere dei propri difetti, delle proprie miserie.
Ambientate in poveri shtetl e tra alti e luccicanti grattacieli, ai giorni nostri come nel Gan Eden di Adamo ed Eva, le storielle raccolte di Modiano ci fanno percorrere un grande viaggio nel tempo e nello spazio, alla ricerca non solo di cosa significhi essere ebrei, e dei mille volti dei controversi rapporti tra ebrei e gentili, ma della stessa natura umana, del mistero di quest’essere strano, creato dalla terra rossa, che le Scritture vorrebbero fatto a immagine e somiglianza di Dio, e che ci appare, ciò nonostante, così piccolo, meschino, ridicolo. Ma tuttavia – ed è questa la grandezza, la potenza dell’umorismo – meritevole di compassione, di pietà, di perdono. Non si possono certo ammirare l’avaro uomo di affari che, pur di fare altri soldi, cerca di imbrogliare lo stesso Creatore, la vedova allegra che se la spassa al funerale del marito, il vecchio libidinoso che sogna di vedere la moglie coetanea trasformata in una seducente ragazza, lo zelante rabbino che inventa trucchi per eludere la kasherùt senza farsi scoprire: ma non li si può neanche disprezzare. Sono uomini, piccoli uomini, che si svelano al nostro sguardo nella loro umana fragilità e debolezza. Come disse Elias Canetti, la vita di ogni uomo, vista da vicino, sembra ridicola; ma, vista ancora più da vicino, appare terribile. Credo che l’umorismo ebraico non si fermi al primo livello, quello del ridicolo, ma entri profondamente anche nel secondo, quello del tragico. Perché, avvicinandosi ancora di più all’oggetto di osservazione, dopo il tragico c’è di nuovo il ridicolo, e poi di nuovo il tragico, e così via.
Quella di Modiano è davvero una piccola enciclopedia non solo di ebraismo, ma di umanità, e non si può non invitare a leggerla, e a farne oggetto di riflessione. Con un consiglio, secondo me importante: non leggere più di una, massimo due storielle al giorno. Ogni barzelletta, infatti, è una preziosa pillola di saggezza, di empatia, di tenerezza, che può avere un grande effetto benefico sul nostro organismo. A leggerle tutte insieme, se ne ricaverebbe un’immagine superficiale, e l’effetto si perderebbe. Non bisogna considerarlo solo un libro per ridere, perché è molto di più. È un libro per pensare, per ricordarci che siamo tutti solo degli uomini, dei piccoli uomini. Ridicoli, spesso, ma, proprio per questo, meritevoli di compassione.

Francesco Lucrezi, storico