Guerra di definizioni

Il 25 marzo scorso è stata resa nota a livello internazionale la Jerusalem Declaration on Antisemitism (JDA), un documento firmato da duecento intellettuali, studiosi, attivisti politici impegnati nella conoscenza dei fenomeni di anti-ebraismo e contemporaneamente nel dibattito sulla politica mediorientale. Il suo obiettivo è dare una adeguata descrizione del fenomeno antisemita. Ho appreso dell’iniziativa attraverso un articolo di presentazione ed elogio pubblicato dallo storico Simon Levis Sullam (tra i firmatari del testo) sulla rivista “Il Mulino”, riportate con due righe fortemente critiche di annuncio altrove. Oltre a ciò, almeno in italiano non ho colto niente sul tema, né sulla stampa ebraica né su quella non ebraica. Probabilmente mi sono perso qualcosa, ma certo l’evento è stato trasmesso “in sordina”. Mi chiedo perché, dato che, qualunque cosa se ne pensi (io stesso sono molto critico), esso è innegabilmente rilevante.
Riprendiamo il discorso dai nodi fondanti, cioè dal nemico da combattere. L’antisemitismo è come sappiamo una grave piaga, che innanzitutto colpisce la mente, la coscienza, l’indole, il sentimento, il comportamento, l’espressione verbale e corporea di chi la fa propria e se ne fa portatore; una piaga che ha per obiettivo la distruzione degli ebrei come individui, come gruppo, come storia – cultura – civiltà – religione – visione del mondo, come etnia, come identità nazionale. E il suo impatto violento ma insieme sottile, continuo, inestinguibile – lo sappiamo e lo ribadiamo tutti di continuo – si infrange pesantemente sull’insieme sociale che è infettato da questa patologia del rifiuto di ciò che è ebraico: l’infezione produce germi collettivi che minano non solo il mondo ebraico ma l’indennità e l’essenza di tutto il corpo della società.
Rispetto a ciò, la reazione indispensabile – all’antisemitismo come a ogni malattia – è mettere in atto una battaglia mirata e penetrante contro il virus: soprattutto la prevenzione di un vaccino (educazione alla convivenza attiva e creativa, alla cittadinanza, alla condivisione ideale/progettuale; formazione storica, politica, civile; ampliamento delle prospettive culturali, ecc.) e in subordine la cura repressiva garantita da adeguati strumenti di legge. L’essenziale è colpire e annientare (o almeno indebolire) l’agente patogeno.
E allora – ci possiamo chiedere – perché dare alla definizione di un fenomeno vasto e complesso, ma ben noto e iper-analizzato, una rilevanza quasi maggiore rispetto allo studio dei mezzi per combatterlo? Per conoscere i molteplici caratteri del male da affrontare, naturalmente. Per prevenire e reprimere in direzioni ben determinate. Rigoroso e sacrosanto. Ma sotto c’è dell’altro. Assistiamo in realtà a una vera guerra tra definizioni.
La nuova definizione di antisemitismo presentata come JDA – è Levis Sullam stesso a chiarirlo nel suo articolo – vuole esplicitamente contrapporsi a quella elaborata dall’IHRA (Intarnational Holocaust Remembrance Alliance), ormai saldamente affermata nel mondo e accolta da vari Stati come uno degli elementi sui quali orientare la propria politica di rispetto delle minoranze e dei diritti umani. Ben sette punti su undici di quest’ultima definizione sono legati alla salvaguardia dell’immagine di Israele. Per quanto possa apparire sbilanciato verso la difesa delle sue prerogative, il documento dell’IHRA prende in realtà atto di una situazione effettiva e insostenibile: la sistematica negazione dei caratteri, delle prerogative, dei diritti della democrazia israeliana, sempre più bersaglio – a causa dell’irrisolta questione palestinese – di una serie ininterrotta e immotivata di dichiarazioni ostili anche a livello ufficiale (a opera di organismi dell’Onu, innanzitutto), addirittura minacciata di denuncia al Tribunale internazionale dell’Aja, oggetto di capillari campagne di boicottaggio da parte del BDS, talvolta messa al bando dal mondo accademico.
I sostenitori della JDA sostengono, in contrapposizione al documento dell’IHRA, che questi atti non sono antisemitismo ma lecita lotta politica, libera di usare le armi della denuncia, della delegittimazione, dell’isolamento, dell’estromissione. Parole e azioni, queste ultime, che se impiegate con equilibrio per colpire i veri responsabili di autentiche nefandezze appartengono all’arsenale della democrazia. Ma non è questo il caso. L’abuso e l’impiego inappropriato le trasformano in qualcosa d’altro. Le prese di posizione e le iniziative a senso unico contro Israele non appartengono certo all’antisemitismo classico, hanno un’altra natura. Sono però di fatto antisemitismo lanciato contro “l’ebreo fra le nazioni”, che viene isolato e posto all’indice di fronte al consesso internazionale, mentre i promotori di tali condanne assistono impassibili o quasi ai più orrendi misfatti e a continue violazioni dei diritti umani purtroppo ricorrenti in varie aree del pianeta. Comunque se ne parli, questo è in effetti un nuovo antisemitismo: una visione nella quale Israele (e dunque gran parte del popolo ebraico sostenitore dello Stato) è “il male” e va stigmatizzato, isolato, punito, messo al bando.
Ma chi sono i firmatari della JDA? Molti intellettuali, certo; tra questi alcuni accademici di assoluto rilievo a livello mondiale, fra i quali vari ebrei. E poi il mondo filopalestinese in genere. Non è un caso che da una delle non molte pagine del web dedicate a questo documento si sia direttamente rimandati a un sito di sostegno alla “causa palestinese”. Se dunque la propaganda politica faceva capolino dietro la definizione dell’IHRA (ma con serie motivazioni), essa si affaccia forte e immotivata dietro la nuova definizione JDA, che pure si autoproclama più rigorosa.
È comprensibile che i sostenitori dei diritti del popolo palestinese non vogliano sic et simpliciter essere definiti “antisemiti” per il loro radicale anti-israelismo, ma non si rendono conto che escludendo l’attuale guerra mediatica e istituzionale contro Israele dalle forme odierne di antisemitismo tagliano dalla loro visuale e assolvono un settore oggi molto rilevante e attivo dell’anti-ebraismo operante sul terreno. La loro è forse una forma di auto-assoluzione?
Al di là di tutto, dalla contrapposizione serrata delle due definizioni esce una considerazione di fondo. Questa nominalistica battaglia sui termini, dalla quale dovrebbero emergere linee basilari per l’orientamento degli Stati e dei Legislatori nella lotta all’antisemitismo e alle sue manifestazioni, rischia di creare nuove fratture all’interno delle società democratiche (dunque aperte – tolleranti – pluraliste) e all’interno dello stesso mondo ebraico, che a sua volta corre il rischio di accentuare le sue già forti divisioni politiche proiettate sulla realtà mediorientale. Ciò soprattutto mi preoccupa.
David Sorani