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Il figlio di Sarah Halimi
a Pagine Ebraiche
“È come un nuovo caso Dreyfus,
ma non smetteremo di dare battaglia”

“Tutte le parole di solidarietà e tutte le iniziative pubbliche sono un conforto. Ci danno forza per andare avanti”. 
Rav Yonathan, 40 anni, è il figlio di Sarah Halimi. Ci risponde da Haifa dove, conclusi gli studi in Yeshivah, lavora all’integrazione degli ebrei d’origine francese emigrati in Israele. Una scelta per lui maturata circa vent’anni fa, ben prima che la scia di violenza antisemita innescata dall’attentato alla scuola ebraica di Tolosa del 2012 spingesse molti correligionari verso questa decisione. Una Aliyah dettata, in vari casi, dall’angoscia di vivere in una Francia sempre più colpita dall’avanzata del terrorismo islamico. Dalla paura di un attacco. E talvolta del proprio vicino di casa. 
È stato proprio un vicino, l’islamico praticante Kobili Traoré, a uccidere sua madre. Era il 4 aprile del 2017. Entrato nell’appartamento della donna, l’ha prima brutalmente percossa e poi scaraventata dalla finestra. La scorsa settimana la Corte di Cassazione francese, con una vergognosa sentenza, ha stabilito che nessun processo dovrà essere intentato. E questo perché l’assassino, che in precedenza aveva assunto delle droghe, non sarebbe stato in grado di intendere e volere. 
Domenica pomeriggio è previsto che migliaia di persone si riuniscano a Parigi, nella piazza del Trocadéro, per chiedere ancora una volta “verità” e “giustizia” nel nome di Sarah Halimi. Tra loro ci sarà anche Marek Halter, che a Pagine Ebraiche ha annunciato la presenza al suo fianco di alcuni coraggiosi imam in lotta contro il fanatismo che pervade parte del loro mondo. Altre iniziative si svolgeranno in contemporanea in molte città di Francia e d’Europa. 
Yonathan ha la voce spezzata. È molto provato dagli ultimi fatti. “La decisione presa negli scorsi giorni è irresponsabile, incomprensibile e incoerente. Ci tocca nel profondo. Restare in silenzio – dice a Pagine Ebraiche – non è possibile”. Un caso di malagiustizia talmente vistoso che al figlio fa venire in mente una delle più grandi vergogne della storia francese: l’affaire Dreyfus. “L’impressione – afferma – è che ci nascondano la verità. Una sensazione che abbiamo avuto chiara sin dall’inizio, notando ad esempio l’attenzione preminente data allo stato mentale dell’assassino”. Yonathan concorda con quanto ha scritto rav Haim Korsia, Gran Rabbino di Francia, sul quotidiano Le Figaro: per far sì che l’impunità non si affermi in modo definitivo, il suo appello, è fondamentale che si proceda al più presto con una riforma del sistema giudiziario.
“Non c’è tempo da perdere. La Francia – commenta – deve prendere coscienza del problema e agire”. Con il Paese natio Yonathan ha un rapporto sempre più complicato: “Ci torno soltanto quando devo, quando è necessario. Troppe memorie tornano alla mente”. 
Indimenticabile, in positivo, resta l’esempio fornito dalla madre. “Era una donna sensibile e sempre presente. Tra i tanti valori ci ha trasmesso quello di far sentire a chi ci sta vicino l’importanza della gioia di vivere. La ricorderò sempre così”.

Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked

(22 aprile 2021)