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Dall’Inferno al Paradiso,
gli ebrei della Commedia

Dove andranno a finire gli ebrei nell’aldilà dantesco? È una domanda che mi sono posta da quando ho scoperto l’esistenza della Commedia. Nel limbo, diceva decisa mia nonna; e per molti anni ho dato per scontato che avesse ragione. In effetti Dante non colloca nel limbo solo personaggi vissuti prima del cristianesimo: ci sono Seneca, Lucano, Galeno, Tolomeo e, soprattutto, tre musulmani quasi suoi contemporanei, Averroè, Avicenna e addirittura il Saladino. Non è scontato, però, che possano essere trattati con la stessa generosità coloro che vivono in mezzo ai cristiani, ne condividono almeno in parte i testi sacri e nonostante questo seguono una religione diversa. Si potrebbe forse supporre che gli ebrei stiano tra gli eretici. Però nel canto relativo agli eretici (il decimo dell’Inferno, uno di quelli che a scuola si leggono sempre) non c’è nulla che possa confermare questa ipotesi. Così come non c’è alcun motivo di supporre che siano proprio ebrei i personaggi completamente sepolti nel ghiaccio (tanto che non è neppure possibile parlare con loro) che troviamo nella quarta e ultima zona del nono cerchio dell’inferno, cioè i traditori più traditori di tutti; l’ipotesi dipende dal fatto che la zona si chiama Giudecca, come le parti abitate da ebrei in molte città medievali, ma è molto più probabile che il nome derivi semplicemente da Giuda Iscariota, che infatti sta lì nel fondo dell’inferno maciullato in eterno da una delle tre bocche di Lucifero. Peraltro nel testo, a parte il nome della zona, non c’è nulla che possa indurre a supporre che i dannati della Giudecca siano ebrei.
Chissà, poi, se Dante si sia mai posto il problema di dove collocare gli ebrei suoi contemporanei. Potrebbe non esserselo posto affatto, oppure (ipotesi ben più affascinante) potrebbe averlo deliberatamente lasciato aperto.
In realtà, anche se quasi nessuno di loro dialoga direttamente con Dante, nella Commedia gli ebrei non sono pochi. Anzi, detengono addirittura la maggioranza assoluta del paradiso: una metà esatta dei beati, infatti, è costituita da ebrei vissuti prima di Cristo – cioè i personaggi del Vecchio Testamento (per quelli vissuti dopo usa il termine “giudei”) – l’altra metà da cristiani, ma tra loro ci sono personaggi che si sarebbero definiti ebrei, come Maria o gli apostoli.
I personaggi biblici possono apparire in elenchi: «Moïsè legista e ubidente; / Abraàm patrïarca e Davìd re, / Israèl con lo padre e co’ suoi nati / e con Rachele, per cui tanto fé» (Inferno IV); «Ne l’ordine che fanno i terzi sedi, / siede Rachel di sotto da costei / con Bëatrice, sì come tu vedi. / Sarra e Rebecca, Iudìt e colei [Ruth] / che fu bisava al cantor che per doglia / del fallo disse ‘Miserere mei’ (Paradiso XXXIII)»; possono essere utilizzati per una similitudine (famosissima quella che paragona i consiglieri fraudolenti avvolti nelle fiamme al carro di fuoco che rapisce il profeta Elia), o portati come esempi positivi e negativi da proporre alle anime del purgatorio: c’è il re David che danza in mezzo al popolo quando l’Arca Santa viene portata a Gerusalemme, c’è Daniele che ha rifiutato il cibo alla corte di Nabuccodonosor, c’è Gedeone che congeda i suoi compagni che si sono fermati a bere, ci sono la regina Ester e ’l giusto Mardocheo, / che fu al dire e al far così intero (Purgatorio XVII).
Occupa un posto di rilievo David, inserito nella collettività degli spiriti giusti che Dante incontra nel cielo di Giove. Ha una certa importanza anche Rachele, la vicina di Beatrice in paradiso. Nella lettura allegorica cristiana, che Dante segue, Rachele rappresenta la vita contemplativa mentre la sorella Lia (Lea), sognata nel XXVII canto del Purgatorio, rappresenta la vita attiva. Anche nella tradizione ebraica Rachele ha un ruolo che va oltre il personaggio della Genesi, ma completamente diverso: non è sepolta insieme agli altri patriarchi e matriarche, ma lungo la via che porta all’esilio, e da lì piange le disgrazie dei figli d’Israele («S’ode una voce da Ramà, un lamento, un pianto amaro; Rachele piange per i suoi figli, rifiuta di essere consolata dei suoi figli, perché non sono più», Geremia 31, 14). Rachele è un ottimo esempio di qualcosa che alle nostre orecchie suona contemporaneamente familiare ed estraneo, una sensazione che proviamo spesso leggendo il poema.
L’unico riferimento che ho trovato in tutta la Commedia ad ebrei contemporanei di Dante sta nel quinto canto del Paradiso, dove, per invitare i cristiani ad essere cauti nel formulare voti, si dice «uomini siate, non pecore matte, / sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!» Inserita nel suo contesto la frase significa “non comportatevi in modo così assurdo da far ridere persino gli infedeli che vivono in mezzo a voi” o qualcosa del genere; non mi pare possibile interpretarla diversamente. Estrapolata dal proprio contesto è una frase terribile, spesso ripresa dagli antisemiti di ieri (ricordiamo per esempio che stava su tutte le copertine della rivista La difesa della razza), ma purtroppo anche di oggi. Per curiosità ho provato a cercarla su internet: ai primi due o tre posti compare effettivamente il quinto canto del Paradiso. Quello che si trova dopo fa davvero paura: una delirante antologia di tutti i luoghi comuni dell’antisemitismo contemporaneo conditi con una carica non indifferente di aggressività. A fronte di questo uso distorto della citazione dantesca occorre dire che nella mia esperienza di insegnante non ho trovato libri di testo che affrontino in modo adeguato questi due versi così delicati. Niente note o box, niente proposte di collegamenti interdisciplinari con la storia, neppure un cenno a sette secoli di antisemitismo (così come nel sesto e settimo canto di fronte all’accusa di deicidio). Quasi una sorta di silenzio imbarazzato. Per fortuna ci sono insegnanti che compensano con la loro competenza questa reticenza nei libri di testo. Ma quanti saranno? E tutti gli altri?

Anna Segre, insegnante

Nelle immagini: alcune incisioni relative all’Inferno realizzate da Gustavo Dorè (1832-1883)

(4 maggio 2021)