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Dante e gli ebrei

Recentemente ho avuto l’onore di essere invitato dall’Associazione Italia-Israele di Siena a svolgere una conferenza (ovviamente da remoto) sull’affascinate tema “Dante e gli ebrei”. Ringrazio vivamente l’Associazione – a cominciare dalla sua Presidente, Antonella Castelnuovo – per la stima riservatami, così come tutte le numerose persone intervenute, molte delle quali hanno animato il dibattito con delle domande di particolare interesse. E ringrazio la giovane Ludovica Adamo (che proprio il giorno dopo si sarebbe brillantemente laureata in Giurisprudenza, col massimo dei voti, con una tesi, guarda un po’, proprio sulla legislazione “de Iudaeis” nell’Impero romano), che ha letto alcuni versi della Commedia con grande bravura e sensibilità. (Ricordo che mio padre Bruno, che era un raffinato dantista, diceva che, per capire se uno studente avesse capito lo spirito del poema gli bastava sentirlo leggere – solo leggere – un paio di terzine).
L’evento, naturalmente, si è inserito nelle numerosissime manifestazioni che, in tutto il mondo, vengono organizzate per celebrare il settimo centenario della morte del sommo poeta. Non è la prima volta, quest’anno, che sono stato invitato a parlare di Dante (so bene che mi chiamano, chiaramente, solo in quanto figlio di mio padre), ma il tema di questo incontro, ovviamente, mi ha coinvolto in un modo particolare. Vedere sintetizzati, in un solo titolo, di appena quattordici lettere complessive, due temi che hanno così profondamente, da sempre, inciso nella mia vita, mi ha suscitato molteplici emozioni, sollecitando tanti pensieri, e facendo affiorare molteplici ricordi, belli e problematici, non solo di natura culturale, ma anche di vita. Mi ha fatto sentire di nuovo, particolarmente vicina e vivente, la figura di mio padre, che mi trasmise, quando ero ancora un bambino molto piccolo, l’interesse e l’ammirazione per la cultura ebraica, e l’amore e la venerazione (ma soprattutto, direi, il senso di stupore) nei confronti della poesia di Dante. Il suo amore, la sua venerazione il suo senso di stupore sono diventati i miei, ma con una grande differenza: mio padre guardava a Dante – sul piano ideologico – come a un suo contemporaneo, e ne era affascinato per la sua capacità di parlare a lui come un uomo esattamente del suo tempo; io guardo a lui come a una stella inscritta in un sistema di valori di un passato remotissimo, chiuso per sempre, e che non tornerà mai più. Ma – e su questo non ci può essere e mai ci sarà alcuna differenza -, come poeta, egli resta, e resterà per sempre, contemporaneo di tutti gli uomini, fintato che gli uomini esisteranno.
Al rapporto tra Dante e gli ebrei sono stati dedicati tanti pregevoli contributi sulle pagine di questo giornale, tanto nell’edizione online, quanto sul mensile cartaceo. Nel leggerli, sto imparando tantissimo, e mi si aprono scenari che non conoscevo o che non avevo mai considerato.
Per quanto mi riguarda, vorrei cominciare col chiarire che il titolo della conferenza, “Dante e gli ebrei”, può significare tre cose molto diverse. Il primo significato è: come è stato e viene considerato il poeta nell’ambito della cultura ebraica? Cosa hanno pensato, e pensano, di Dante, gli ebrei? Il secondo, invece, è: cosa dice Dante, nelle sue opere, del popolo ebraico e della sua funzione? Che posto occupa, questo popolo, nella visione soteriologica della Commedia? A questo secondo significato se ne connette un terzo, a esso direttamente collegato, e però distinto: come sono stati utilizzati i versi di Dante, dopo di lui, e indipendentemente dalla sua volontà e dalle sue intenzioni, nella costruzione dell’immagine degli ebrei e dell’ebraismo? Perché è chiaro che, ogni volta che una parola viene pronunciata e, soprattutto, scritta, essa sfugge dal potere del suo autore, e diventa proprietà di altri, che possono manipolarla e stravolgerla a proprio piacimento. E questo ‘furto’, ovviamente, è tanto più ampio e duraturo quanto maggiore sia l’incidenza e la penetrazione di tale parola nel tempo e nello spazio.
La storia della critica dantesca – ma anche, più in generale, la storia delle citazioni di Dante, in qualsiasi contesto, colto e incolto, alto e basso, ateo o religioso – è uno specchio fedele della storia d’Italia. E. in quanto tale, anche della storia dell’antisemitismo; ma, certamente, non solo di esso. Dante – come qualsiasi autore che sia entrato nella storia – ha mille vite, e la sua voce è inglobata e trasfigurata in mille voci diverse, e anche opposte le une alle altre: voci di pietà e di crudeltà, di odio e di amore, di giustizia e di misericordia, di intelligenza e di idiozia. I famosi versi del quinto Canto del Paradiso (80-81), “uomini siate, e non pecore matte,/ sì che il giudeo di voi tra voi non rida!”, posti in epigrafe al becero periodico fascista La difesa della razza, appartengono alla lunga “storia nera” della manipolazione in chiave antisemita dei versi del fiorentino. Rappresentano, senza dubbio, un insulto non solo al popolo d’Israele, ma anche al poeta. E però fanno parte, purtroppo, piaccia o non piaccia, della lunga e controversa storia di “Dante e gli ebrei”. Una storia che è molto complessa, per diversi versi enigmatica, e che riserva ancora tanti aspetti oscuri e inesplorati.
Per rendere omaggio, nel mio piccolo, al padre della lingua italiana, mi riservo perciò, sperando di essere all’altezza, e di non annoiare i lettori, di dedicare a questo tema i miei prossimi interventi su queste colonne.

Francesco Lucrezi

(5 maggio 2021)