La testimonianza da Israele
Il tornado sopra di noi

Il cielo azzurro sopra di noi in questa stagione è pieno di uccelli e api e calabroni e ogni altro animaletto dotato di ali, che viene a visitare gli alberi in fiore tutto intorno a casa. Tutti indaffarati, ciascuno con il suo volo, veloce o lento, con o senza tuffi improvvisi o ronzii a diverse intensità. Oggi invece, e già da alcuni giorni, i voli e rumori prevalenti, sia di giorno che di notte, sono altri: il rombo di vari tipi di aerei, il giro delle pale degli elicotteri, un ronzio speciale particolarmente acuto, probabilmente di droni, e poi tutta una gamma di echi di esplosioni di varia natura. Ci sono quelli che sanno perfino distinguerli, gli echi: questo è dei nostri, questo è dei loro, questo è un missile dell’Iron Dome che spappola a mezz’aria un missile in arrivo da Gaza, evviva!
Quando si vive ad una manciata di chilometri da Gaza, il terrorismo di Hamas e della Jihad islamica, e la sua espressione sotto forma di lanci di missili magari fatti in casa ma perfettmente funzionanti e potenzialmente mortali, oppure di palloncini con legato l’esplosivo con lo stesso intento assassino, sono cose da mettere in conto. Non dovrebbero, è ovvio, ma da troppi anni fanno parte delle vite degli israeliani che vivono qui e sono diventati endemici.
Quello che è successo fra lunedì e martedì di questa settimana, però, è stata una escalation assolutamente verticale. I commentatori locali dicono che Zahal sapeva che la potenza di fuoco da Gaza (firmata Hamas o Jihad, o insieme, è irrilevante ai fatti) aveva la possibilità di scatenarsi come un tornado di attacchi simultanei su tutto il paese. E se Zahal sapeva, allora anche il governo era al corrente, ma con quasi due anni di elezioni ricorrenti e nuovi governi che non si riesce a formare, non può stupire il fatto che non si sia saputa evitare.
Mentre la crisi continua sopra le nostre teste con rumori di esplosioni e aerei in volo in ogni direzione, sono due i punti di grave preoccupazione. Il primo è la conseguenza di quello che ho chiamato il “tornado” di martedì sera e poi notte, rappresentato bene alla televisione israeliana dalle strisce arancioni che siamo abituati a veder comparire sugli schermi quando da Gaza partono missili verso il territorio israeliano. Ciascuna striscia porta il nome di un quartiere di una città, di solito parti di Ashkelon o Ashdod, oppure nomi di centri più piccoli come Sderot, Netivot, e dei kibbutzim e moshavim stretti intorno a Gaza, i più abituati a ricevere le attenzioni esplosive di Hamas. Martedì sera, invece del normale numero di due, tre o quattro strisce di luoghi attaccati, che trova posto in alto a destra sul teleschermo, abbiamo visto comparire liste senza fine che si ripetevano tanto velocemente da non lasciare il tempo di leggerle. I giornalisti hanno dovuto specificare che non si trattava di un guasto del sistema, e che i nomi che comparivano e venivano immediatamente sostituiti da altri erano in effetti tutti e ciascuno punti in Israele nei quali i cittadini dovevano correre ai rifugi all’istante. Noi, nel nostro moshav in mezzo al verde fra Ashkelon e Kiryat Gat, molto raramente oggetto di attacchi da Gaza se non per errore, guardavamo lo schermo della televisione increduli e francamente ipnotizzati. Come nel caso di un tornado vero, poco dopo il picco è iniziata la conta dei danni materiali e quelli alle persone, e a quel punto, risvegliati dall’ipnosi delle strisce arancioni, ci siamo resi conto della tragedia che si stava consumando. Oltre ai feriti e ai morti, c’era il senso di sicurezza di tutti i cittadini del paese sospeso e almeno temporaneamente azzerato. Rabbia, paura, dolore e lutto. Tutti sentimenti che abbiamo provato tante volte, e nell’anno del coronavirus anche troppo. Ci stiamo appena riprendendo dal post-trauma dei lockdown e dallo stare chiusi fisicamente in casa per la nostra stessa sicurezza, e adesso di nuovo, sono Hamas o la Jihad a decidere se i bambini possono andare a scuola o al corso di chitarra, e i genitori al lavoro.
La seconda fonte di grave preoccupazione è il fatto che, in parallelo ma anche indipendentemente dal tornado che ci ha investiti da Gaza (un nemico chiaro e definito, esterno a Israele), si moltiplicano scontri anche aspri, con danni e morti e feriti, in tutte le città con una componente di popolazione arabo-israeliana – cittadini contro cittadini da Gerusalemme a Haifa, da Acco a Lod passando per Giaffa. C’è, evidente, uno scontento cui non si sa rispondere, e può infiammare come niente larghe parti del paese.
Il rombo degli aerei continua, lontane esplosioni, a tratti non troppo lontane, sirene che suonano a grappolo: il cielo è ancora blu ma non so chi avrà tanta voglia di andar fuori a guardarlo in questi giorni. Quando anche questa crisi in qualche modo finirà, ci sarà molto lavoro da fare per tornare a vivere sentendosi sicuri, sia lungo i confini che nelle molte città israeliane che per natura hanno diverse componenti e una convivenza pacifica tutta da ricostruire.

Daniela Fubini

(13 maggio 2021)