Spuntino
Acqua e fuoco nel deserto

Perché il brano di questa settimana, che si legge sempre il sabato che precede Shavu’ot, esordisce specificando una data (1/2/2 cioè il primo giorno del secondo mese, Iyiar, del secondo anno dall’uscita dall’Egitto)? Ritroviamo le stesse cifre 2-2-1 espresse in lettere, bet-bet-alef, all’inizio della Torah: *b*e-reshit *b*arà *E*lokim, “in principio D-o creò.” Il principio (“reshìt”) della sapienza è il timore (“yirà”) di D-o, dice il salmo (111:10). Queste iniziali b-b-a (“bava” in aramaico) rappresentano dunque il varco, la soglia attraverso cui si accede alla Torah. Secondo il Midrash Tanchuma (Num. 6) la Torah ci è stata data con il fuoco (Es. 19:8), acqua (Giud. 5:4) e nel deserto (Num. 1:1). Cos’hanno in comune questi tre elementi? Sono gratis e accessibili a tutti. Il primo, il fuoco, rappresenta il vigore divino che incute timore. Il secondo, l’acqua, è la bontà divina. Ardore e benevolenza, caratterizzano l’amore, altro elemento imprescindibile della Torah. Secondo il Taniya c’è chi ritiene che l’amore sia più importante del timore nell’avvicinamento alla Torah. Infatti si dice che i peccati commessi con intenzione (“zedonòt”) di colui che fa Tshuvà (letteralmente ritorno) si trasformano in meriti se il ritorno è mosso dall’amore mentre diventano “soltanto” sviste o peccati involontari (“shegagòt”) se il riavvicinamento deriva dal timore. In realtà queste due prerogative sono entrambe importanti e devono convivere. Come le ali, una non basta, ne servono due per l’elevazione spirituale delle mitzvot. Il deserto, infine, rappresenta il terzo atteggiamento che conduce alla Torah. È terra di nessuno dove i beni materiali non hanno alcun valore. È dove vige l’hefker e cioè la rinuncia, l’abbandono. È un richiamo all’umiltà, senza la quale non si può ricevere la Torah nella sua completezza ed integrità.

Raphael Barki