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Dar fuoco alla pace

Forse non è la cosa più grave, di fronte ai morti, ai feriti, alla guerra e ai rischi sempre più concreti di guerra civile, ma certo le immagini di sinagoghe incendiate in Israele, nell’ultimo posto al mondo in cui siamo psicologicamente preparati a immaginare che possa accadere, sono terribilmente angoscianti. Perché se un conflitto si trasforma in una guerra di religione non se ne esce più. E, ancora di più, sono angoscianti per le memorie che evocano, e per il sospetto (anzi, molto più di un sospetto), che siano proprio quelle memorie a suscitare desiderio di emulazione. In apparenza è un gioco vincente: agganciare la propria causa locale e dimenticata (prima di questa crisi i palestinesi stavano passando di moda) a un fenomeno così potente, pervasivo e diffuso in ogni angolo del mondo come l’antisemitismo. In prospettiva, però, è un gioco suicida perché delegittima ogni critica a Israele, anche motivata, espressa oggi e in futuro per chissà quanto tempo. Distinguere i discorsi sui diritti dei palestinesi e degli arabi israeliani dall’antisemitismo già era tutt’altro che facile, anzi, era difficilissimo; da domani lo sarà mille volte di più.

Anna Segre