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Una festa di unità

In uno dei capitoli dei Pirké avot che abbiamo letto nelle scorse settimane, troviamo scritto:
“prega per la salute del governo, perché se non fosse per il timore di quello, l’uomo ingoierebbe vivo il suo prossimo” (Avòt 2;2).
In questi giorni di forte preoccupazione per ciò che sta accadendo in Israele, oltre alla grave situazione bellicosa tra Hamas e Israele, assistiamo ad un fenomeno che, così di massa, non si era mai verificato: l’insurrezione di cittadini arabo-israeliani contro ebrei. È esattamente ciò a cui fa riferimento il Maestro della mishnà. Ci auguriamo che con l’entrata dello Shabbat, che è il simbolo della menuchà per tutto il popolo ebraico, possa cessare almeno questa ulteriore guerra che preoccupa non poco i cittadini israeliani, il suo governo ed anche noi ebrei che viviamo nella golà.
Si racconta nel brano di Torah che leggeremo il primo giorno di Shavuot che “al terzo mese dall’uscita dei figli di Israel dall’Egitto, in quel giorno si accamparono nel deserto e si accampò Israele di fronte al Monte” (Shemòt 19;1).
I commentatori osservano e fanno notare che il verbo accamparsi viene coniugato la prima volta alla terza persona plurale “Va jachanù”, mentre la seconda alla terza persona singolare “vajchan”. Il motivo di questo è che dalla permanenza in Egitto fino al momento della promulgazione del Decalogo, gli ebrei erano un gruppo di persone; da quel momento in poi saranno come una sola persona.
“Ke ish echad be lev echad – come un unico uomo con un unico cuore”.
La forza plurimillenaria del nostro popolo è quella di essere (almeno nei momenti di grandi tensioni) un unico uomo con un unico cuore. Augurandoci che con la prossima festività di Shavuot, che ricorda il matan Torah e simboleggia l’unità del nostro popolo, possano i nostri fratelli che vivono in Israele e noi che viviamo in Diaspora ritrovare unità, pace e sicurezza.

Rav Alberto Sermoneta, rabbino capo di Bologna