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La strada per la tregua

Nel decimo giorno di conflitto tra Israele e i gruppi terroristici di Gaza, l’ultima notte è stata segnata da una relativa calma. Una tregua sembra avvicinarsi, ma la situazione è ancora instabile. Sul tema, diversi quotidiani italiani aprono oggi con la richiesta del Presidente Usa Biden, nel corso di una telefonata con il Premier israeliano Netanyahu, di avviare una de-escalation. “Non stiamo col cronometro in mano. Precedenti operazioni sono durate per un tempo prolungato”, la replica di Netanyahu. Repubblica riporta che la tregua sarebbe vicina, e che il Premier israeliano “da giorni cerca il ‘deterrente’, un simbolo della vittoria: potrebbe essere l’eliminazione del misterioso Mohammed Deif, capo militare di Hamas, un uomo che anche in questi giorni è sfuggito due volte ai razzi di Israele”. Il Corriere mette in evidenza alcune critiche presenti sulla stampa israeliana nei confronti di Netanyahu. In particolare le parole di David Horovitz, direttore di Times of Israel, che denuncia una “totale mancanza di strategia” su Gaza che “ha permesso ad Hamas di crescere da organizzazione terroristica a sovrano di uno Stato terrorista finanziato in parte dai milioni di dollari che il Qatar ha riversato con il beneplacito di Israele”.
A preoccupare intanto sono anche i razzi sparati dal sud del Libano: uno è stato intercettato mentre era diretto verso Haifa. Ad agire, spiega La Stampa, militanti palestinesi con il benestare di Hezbollah.
Oggi arriva a Gerusalemme il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, ma l’attenzione d’Israele, scrive il Giornale, è ovviamente rivolta a Gaza. Per fermarne i missili che hanno stravolto la vita di città come Ashkelon, come racconta il suo sindaco, Tomer Glam, a La Stampa. “Sulla città sono piovuti oltre 900 razzi in soli dieci giorni rispetto ai 230 in totale nei 50 giorni di ‘Margine Protettivo. – racconta il primo cittadino – 71 hanno colpito strade e palazzi. Due donne sono rimaste uccise. Ciò significa che molto è cambiato, sia per Hamas sia per noi”. “Chi tollererebbe quello che vive Israele?”, si chiede l’ambasciatore Dror Eydar in una lettera inviata al Foglio.

La propaganda di Hamas. I media internazionali devono evitare di cadere nella propaganda di Hamas, perché in questo modo fomentano la delegittimazione d’Israele e l’antisemitismo. A evidenziarlo, la Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni in un’ampia intervista rilasciata al Riformista in merito al conflitto tra israeliani e palestinesi. “C’è un modus operandi giornalistico che favorisce la condivisione di immagini, materiali che sono propaganda, non informazioni che arrivano dal lato palestinese. – afferma Di Segni – Usare una propaganda che penetra a gocce, a gocce che diventano fiumi, nell’opinione pubblica, non solo palestinese ma nei media internazionali ed europei, che finisce per supportare l’azione di chi mira alla distruzione, all’annientamento totale d’Israele e del suo popolo. Questo è esattamente quello che è accaduto prima della Seconda Guerra mondiale”. La Presidente UCEI invita a non cedere a questa falsa narrazione perché altrimenti “non si fa informazione, si regala a Hamas il controllo dei valori distorti. E il mondo perde. Ed è quello che è successo negli anni ’30. Propaganda, propaganda, propaganda. E poi il disastro”.

Gaza in ostaggio di Hamas. “I palestinesi hanno diritto a uno Stato: ma non basato sulla tirannia. Non uno Stato assassino che prende in ostaggio il popolo”. Lo scrive su Repubblica l’intellettuale francese Bernard-Henri Lévy, denunciando come Gaza sia ostaggio dei terroristi di Hamas. Dito puntato invece solo contro Israele per Massimo D’Alema, intervistato dal Fatto Quotidiano. Sulla stessa lunghezza d’onda il deputato democratico americano, John Yarmuth, che, intervistato dal Corriere, auspica che gli Stati Uniti sospendano “ogni aiuto a Israele fino a quando non parte il negoziato” con i palestinesi.

Solidarietà nella tragedia. In una breve La Stampa racconta come “all’indomani dei funerali di Igal Yeshuà, un ebreo di 56 anni linciato la settimana scorsa da facinorosi arabi durante tumulti nella città di Lod (Tel Aviv), uno dei suoi reni è stato trapiantato a una donna palestinese. Erano nove anni che Branda Aweis (58) di Gerusalemme est attendeva la operazione che per lei significa il ritorno ad una vita attiva”.

Sul grande schermo. Il dorso romano del Corriere della Sera segnala l’anteprima della mostra fotografica virtuale “La Guerra in Italia: donne, uomini e territorio”, a cura della Fondazione Museo della Shoah e proiettata sullo schermo del Cinema Farnese. Repubblica racconta invece come siano stati identificati i bambini che appaiono per pochi secondi nel filmato Westerbork. “Pochi minuti e il treno partirà, portandoli in un campo di sterminio nazista. Per decenni questi bimbi sono rimasti tra le tante vittime senza nome dell’odio nazista, riprese nei rari filmati che mostrano i carri bestiame carichi di persone dirette al massacro”, racconta il quotidiano. Ora quei bambini hanno un nome: Marc Degen, tre anni, e la sua sorellina Stella, di appena un anno.

Daniel Reichel