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4 Giugno, Roma ricorda la fine dell’incubo
“Forza e caparbietà base della ricostruzione”

“Avresti dovuto vedere l’espressione di incredula felicità sui volti della gente: che spettacolo quando la sinagoga è stata riaperta al pubblico e le preghiere di ringraziamento si sono levate nel cielo. Sono stato persino invitato a dare una berachà. Molta gente si fermava e mi ringraziava. Se il Signore mi proteggerà in futuro come ha fatto in passato avrò abbastanza di cui essergli grato”.
Charles Aaron Golub, il soldato americano che ruppe i sigilli al Tempio maggiore di Roma nella città appena liberata dai nazifascisti, scriverà questi pensieri, molti anni dopo, in una lettera alla moglie. Il ricordo di una giornata indimenticabile. E di una tappa fondamentale nel ritorno verso la vita e la normalità. Era il 4 giugno del 1944, l’inizio di una nuova era.
A quelle ore di ripartenza, nel giorno dell’anniversario, è andato il pensiero della presidente della Comunità ebraica Ruth Dureghello in un messaggio diffuso via social in cui ha celebrato “la forza e la caparbietà con cui la Comunità ha ricostruito la sua vita dopo la guerra e la Shoah”. Per Dureghello, assieme alla guida dei rabbini Elio Toaff e David Prato, si tratta degli elementi cui “dobbiamo il nostro presente e il nostro futuro”.
Ricordiamo quegli storici momenti e uno dei suoi protagonisti riproponendovi una testimonianza concessa a Pagine Ebraiche da Vittorio Polacco, che con Golub avrebbe mantenuto un forte legame di amicizia anche nei decenni successivi. Sottolineava al riguardo: “I giorni della Liberazione e l’apertura del Tempio lo avevano segnato profondamente. Era come se a Roma avesse un’altra famiglia”.

(Nell’immagine la targa al Tempio Maggiore di Roma in ricordo del soldato americano)

La mattina del 4 giugno Roma fu liberata dall’esercito americano. Mia madre era in strada a salutare i primi reparti entrati in città, tra loro un giovane che al collo aveva una stella ebraica accanto alla piastrina di riconoscimento. Faceva parte della 143esima divisione fanteria Texas, quinta armata. Si chiamava Charles Aaron Golub.
Mia madre si avvicinò e gli disse “Shalom!”, per fargli capire che era ebrea. Lui si avvicinò e tentò un contatto alla meglio: parlava solo inglese e mia madre solo italiano, ma in qualche modo riuscirono a capirsi e si avviarono insieme verso il Tempio maggiore che stava aprendo dopo nove mesi di chiusura.
Mio padre Elio era già lì e fu tra quelli che, insieme a Golub, spalancarono le porte della sinagoga e tolsero i sigilli. Nell’occasione gli fece mettere Talled e Tefillin e da quel momento nacque una grande amicizia che durò tutta una vita.
Cosa provò Charles quel giorno lo scrisse anni dopo in una lettera al quotidiano della città in cui si andò poi a vivere, il Worcester Telegraph. Così si rivolge alla moglie: “Avresti dovuto vedere l’espressione di incredula felicità sui volti della gente: che spettacolo quando la sinagoga è stata riaperta al pubblico e le preghiere di ringraziamento si sono levate nel cielo. Sono stato persino invitato a dare una berachà. Molta gente si fermava e mi ringraziava. Se il Signore mi proteggerà in futuro come ha fatto in passato avrò abbastanza di cui essergli grato”.
Volle vedere in seguito dove abitavamo e così lo portammo in Trastevere, in un magazzino dove ci eravamo sistemati alla meglio, nel retro di un piccolo appartamento spoglio. Non avevamo più niente da mangiare.
Il giorno successivo, aiutato dai suoi commilitoni, Aaron ci portò di tutto: pane, scatolette di carne, biscotti. Finché il suo reparto rimase a Roma, spesso portava delle camicie da lavare. Era una sorta di scambio per non farci pesare i doni che portava. Aaron frequentò anche la “piazza” e fece amicizia con molti abitanti della zona, tra cui la famiglia Di Veroli. Poi l’armata continuò l’avanzata verso Nord, compreso il suo reparto.
Passarono alcuni anni, mio padre lavorava sempre in Comunità (doveva essere la fine degli Anni Cinquanta). Ci arrivò una lettera dall’America e, visto che era scritta in inglese, fu fatta tradurre.
Il mittente era un militare che cercava una famiglia ebraica che nel ’44 viveva a Trastevere, ma non ricordava il nome. Flora, una dipendente, capì che eravamo noi, gli rispondemmo e dopo non molto tempo Charles arrivò a Roma con la moglie: si incontrarono con i miei genitori e fu una grande festa.
Ci abbracciarono come fossimo i loro figli ed entrambi vollero andare a casa nostra, che allora si trovava in via S.Maria del Pianto.
Mia madre cercò di dissuaderli, visto che non era molto presentabile. Ma loro insistettero: volevano vedere se le nostre condizioni economiche fossero nel frattempo migliorate. Charles propose poi a mio padre di trasferirsi in America, proponendogli di lavorare nel grande magazzino che aveva aperto. Ma i miei preferirono restare a Roma.
Da qual giorno comunque i contatti furono continui e i Golub tornarono sia per le nozze d’argento, sia per quelle d’oro, dei miei genitori. I giorni della Liberazione e l’apertura del Tempio lo avevano segnato profondamente. Era come se a Roma avesse un’altra famiglia.
Charles scomparve il 4 dicembre del 2001. In sua memoria, dopo pochi anni, fu messa una targa commemorativa al Tempio maggiore, alla presenza del rabbino capo Riccardo Di Segni, del presidente Leone Paserman e di alcuni rappresentanti dell’ambasciata americana. Insieme a loro anche la famiglia Polacco e i figli di Elio.
La signora Golub, aiutata dal figlio Richard, tolse la bandiera americana che copriva la targa.
Così il rabbino Rosenbaum descrisse Charles durante l’elogio funebre: “Charles era un uomo di fede, puro, semplice e sentimentale. La sua canzone preferita era ‘La vie en rose’. Amava cantare e amava la vita e dopo 61 anni di matrimonio trovava ancora che la donna più bella del mondo fosse quella che stava dietro al registratore di cassa dei suoi minimarket in Green street”.
Roberto Calò, detto Zi Pallino, ricorda come un giorno Charles avesse bevuto un bicchiere di troppo. Si trovava, come spesso accadeva, al Portico d’Ottavia. Litigò e fece a pugni con altri militari americani. Lo stavano per arrestare quando un gruppo di ebrei romani presenti gli fece scudo al motto di “Se portate via lui, arrestateci tutti”. Charles fu lasciato andare.

Vittorio Polacco

(4 giugno 2021)