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L’indignato permanente

Esiste una figura pubblica, molto diffusa nell’età – a tratti asociale – dei “social”, che è quella dell’indignato permanente. Chi ha pratica di comunicazioni online, non può non averlo incontrato. Più di una volta in vita sua, in tutta probabilità. L’indignato permanente è colui che è perennemente scandalizzato da ciò che sente, da quanto vede, soprattutto dall’opinione altrui. In genere cerca una o più cause (umane e “umanitarie”) nelle quali identificarsi, per poi pronunciare, con voce grave e tonalità insindacabile, il suo anatema, del pari ad un fendente inferto per taglio di sciabola. Non intende l’altrui ragione, sedendo durevolmente dalla parte della stessa ragione in quanto tale: infatti, se così è, per quale motivo dovrebbe ascoltare, con spirito di comprensione, ciò che non collima con la sua stessa idea di “ragione”, intesa come qualcosa di totalizzante se non di totalitario? In sé essa già contempla tutto. Non gli occorre, quindi, nulla d’altro che non sia il pronunciare insindacabili condanne nei confronti di coloro – e sono tanti – che non aderiscono preventivamente alla sua visione del mondo. L’indignato permanente è, al medesimo tempo, giudizio di primo grado, appello e cassazione: quando emette una sentenza, essa è inappellabile. Nel fare ciò, sposta le affermazioni dall’obbligo di un riscontro razionale (e ragionevole) di quello che va dicendo all’invettiva gratuita: d’altro canto, si è indignati se ci si definisce come scandalizzati dall’altrui dire. A prescindere da quanto venga effettivamente detto. Punto e basta. Si tratta di una slavina che precipita inesorabilmente sui malcapitati. Non occorrono ulteriori elementi di corredo poiché l’indignazione, nell’età del web, è divenuta una forma di integralismo morale. Quindi, una pandemia senza antidoti. Qualsiasi pregiudizio, d’altronde, così come qualsivoglia ostentazione di una incontrovertibile “verità”, si basa su un oliato meccanismo di delegittimazione etica: ci si oppone non tanto o non solo a ciò che viene detto ma anche e soprattutto a chi lo dice. In quanto quest’ultimo sarebbe, a seconda dei casi, un mostro in malafede oppure un utile idiota di cause infami. L’aggressione verbale, peraltro, usa come strumento di auto-legittimazione il richiamarsi nei “contenuti” ad una qualche “causa” inconfutabile, nel nome della giustizia universale, in virtù della quale occorre adottare solo e sempre un unico metodo, quello del giacobino che taglia le teste. L’indignato permanente è il prodotto del populismo mediatico: non intende capire le concatenazioni logiche (e cronologiche); ritiene le complesse sfumature dei processi storici e delle relazioni sociali una perdita di tempo; divide il mondo secondo una visione dicotomica, dove il male sta da una sola parte (quella altrui), mentre il bene abita la propria, sempre e comunque; travolge qualsiasi argomentazione che non sia in accordo con la sua aspirazione, non solo manipolando ma deturpando e frantumando le parole altrui; soprattutto, ha sempre e comunque un incontrovertibile giudizio di valore da contrapporre a tutto ciò che lo circonda. Così facendo, ossia esprimendo il vagito dell’iracondo, il conato del rabbioso, il singulto dell’irato, pensa di avere messo in ordine l’etica del mondo quando, invece, semmai sta vomitando qualche ingiuria sui suoi contraddittori. Non se ne avvede – ci mancherebbe altro – poiché è troppo impegnato a furoreggiare contro l’empietà che lo circonda. Non a caso è un fondamentalista etico: il suo modello, in fondo, è quello dei talebani di ogni latitudine. L’indignato permanente non è solo e sempre dalla parte delle “vittime” ma si considera egli stesso, quando qualcuno gli risponda appropriatamente nel merito delle sue incongruenze, una vittima. Un tempo avrebbe detto “del sistema”; oggi – invece – preferisce definirsi tale rispetto a singoli dossier della vita associata: se si è avuto modo di tentare di disquisire sui conflitti mediorientali, almeno una volta, si sarà inteso quale sia lo stato di prostrazione che l’altrui ferocia è capace di ingenerare anche nel più robusto e determinato degli argomentatori. Poiché, come argomenta un aforisma attribuito a Oscar Wilde, «mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza».

Claudio Vercelli