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Machshevet Israel – Rubenstein

Un mese fa circa è scomparso nel New England, a 97 anni, uno dei più noti e influenti teologi ebrei del Novecento, Richard L. Rubenstein. Era noto come il ‘decano dei teologi della Shoah’; infatti non vi è testo sulla teologia ebraica o sulle interpretazioni religiose della Shoah che non riporti il suo nome e le sue posizioni, e, nel secondo caso, che di fatto non inizi con lui. Per quanto possa sembrare strano, è stata la sua raccolta di saggi dal titolo After Auschwitz, apparsa nel 1966, a segnare dentro e oltre i confini d’America un vivace risveglio di interesse, non meramente storico ma anche etico-filosofico e specificamente teologico, sugli eventi che in inglese stanno nel nome ‘the Holocaust’. Il sottotitolo di quell’opera, maturata in anni in cui gli intellettuali ebrei nordamericani – e molti rabbini – scoprivano l’esistenzialismo (sartriano) e lo strutturalismo (linguistico-antropologico) nonché la psicoanalisi (anche junghiana), suonava: radical theology and contemporary Judaism, dove quel ‘radical’ fu subito associato alle coeve correnti della teologia protestante detta della ‘morte di Dio’. Gli ci vollero tre decenni per scrollarsi di dosso quell’associazione, che lui stesso definì “ebraicamente un puro nonsense”. Ma la fama di radicale – persino di ‘teologo ateo’ – gli rimase appiccicata, anche quando le sue posizioni ebraiche rientrarono nell’alveo in cui si era formato, il Jewish Theological Seminary of America, che nel 1952 gli aveva conferito il titolo rabbinico. Quache anno dopo prese pure un Ph.D. ad Harvard in studi religiosi. Fu poi direttore della Hillel Foundation e rabbino-cappellano all’università di Pittsburgh. Negli ultimi decenni svolse funzione di presidente di un’università collegata alla setta del discusso reverendo Sun Moon, di cui apprezzava il tetragono anti-comunismo…
Il volume del 1966, che ebbe un’importante riedizione nel 1992 (nella quale però l’aggettivo ‘radical’ venne rimosso), conteneva la sua critica alla teodicea biblico-rabbinica tradizionale, avanzata per ragioni morali nel cono d’ombra di Auschwitz. Sosteneva che, se accettassimo senza riserve che Dio è “il signore assoluto e onnipotente della storia” e Israele il suo unico popolo eletto, ne dovremmo concludere non solo che la Shoah sia stata da lui voluta, parte integrante del disegno divino sul mondo, ma anche che Hitler sia stato uno strumento scelto da Dio per castigare Israele di qualche presunta trasgressione… La posizione di Richard Rubenstein fu espressa, va sottolineato, come risposta polemica all’opinione di un pastore protestante tedesco, che seriamente riteneva Hitler mandato da Dio per punire la Germania e il popolo dei tedeschi. Ne concluse: “Dopo Auschwitz, non mi è possibile credere in un tale ‘Dio della storia’, e neppure in Israele come Suo popolo eletto”.
Quest’ultima tesi, la ‘non-elezione’ di Israele, non era nuova nel clima ebraico di allora (essendo già stata elaborata dal rabbino-sociologo reconstructionist Mordecai Kaplan, che anche per questo venne allontanato dal Jewish Theological Seminary); ma la sentenza teologica di Rubenstein ebbe l’effetto dirompente di increspare le acque tranquille di un teismo borghese assai diffuso nel giudaismo d’oltreoceano degli anni Sessanta (con l’America all’apice del suo hard e soft power). Ancora dall’Europa non erano giunte le voci di Wiesel, di Neher, di Jonas… Insomma, Rubenstein impose la Shoah all’agenda del pensiero ebraico e, a ben vedere, anche del pensiero cristiano. Nel solco di tale radicalismo applicò alcune categorie demitizzanti della psiconalaisi tanto alla figura di Paolo di Tarso, nel volume My Brother Paul, quanto all’impresa sionista. Insomma, fu un pensatore fuori dagli schemi.
Ebbi l’opportunità di studiare il libro After Auschwitz (prima edizione) in Israele nel 1993 ma conobbi il suo autore personalmente solo nel 2000, a Washington DC, quando me lo trovai, seduto in prima fila, mentre tenevo una relazione su Primo Levi. Mi avvicinò subito dopo e iniziammo una lunga conversazione. Per alcuni anni corrispondemmo scambiandoci qualche libro con dedica. Ma nel periodo che seguì l’11 settembre sposò le tesi di Bat Ye’or, pseudonimo di Gisèle Littman, un’ebrea egiziano-inglese convinta assertrice che l’Europa fosse in procinto di ‘arabizzarsi’ e che l’islàm radicale stesse colonizzando l’Occidente – l’Europa, a suo dire, era già diventata Eurabia – vincendo la sua guerra secolare contro la cristianità (e il giudaismo). Trovai allora, e penso ancora oggi, che queste tesi siano ideologiche ed estreme, non suffragate da un’adeguata diagnosi geopolitica, demografica e culturale. Ma ebbi timore a manifestare il mio dissenso verso l’anziano maestro, circunfuso com’era da un’aura profetica per aver stigmatizzato lo schiavismo, il consumismo massificante americano e il comunismo liberticida, proprio alla luce delle sue corrosive analisi dell’ideologia nazista. Non coltivai più la corrispondenza, per non dargli a credere che condividessi tutte le sue idee. Ma oggi gli rendo kavod per tante appassionate battaglie.

Massimo Giuliani, Università di Trento

(10 giugno 2021)