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La rivolta delle ragazze

Le chiamavano “le ragazze dei ghetti”. Erano giovani, spesso appena adolescenti, ma capaci nell’abisso della Storia di un coraggio straordinario. Renia Kukielka, per esempio. È una ragazzina quando nel 1939 a Chmielnik, in Polonia, i tedeschi massacrano gli ebrei. Scappa attraverso i campi e si unisce alla Resistenza. Ha perso la famiglia, la casa, gli amici, ma rifiuta di rassegnarsi. Spia i nazisti, contrabbanda armi nei ghetti, attraversa i confini. Neanche sotto tortura si perde d’animo, riesce a fuggire e raggiunge la Palestina mandataria. Niuta Teitelbaum è invece una studentessa di storia. Travestita da paesana, il fazzoletto annodato sulle trecce bionde, nel 1943 si introduce in un appartamento della Gestapo in pieno centro di Varsavia. Sorride ai tre nazisti, arrossisce e spara. Muoiono in due, il terzo è ferito. Travestita da medico, gli sparerà in ospedale insieme al poliziotto di guardia. Con il soprannome di “Piccola Wanda con le trecce” finisce sulla lista dei ricercati. Come Renia e Niuta, centinaia di donne ebree in Europa imboccano la via della Resistenza e si trasformano in corrieri e spie, contrabbandano armi e cibo, aiutano i compagni a fuggire e non esitano neanche davanti al nemico.
Il respiro straordinario delle loro storie torna a noi nel nuovo libro di Judy Batalion che molto ha già fatto parlare di sé negli Stati Uniti. Intitolato “The Light of Days: the Untold Story of Women Resistance Fighters in Hitler’s Ghettos” (William Morrow, 576 pp.), il volume riporta alla luce le vicende dimenticate di un gruppo di donne fra i 16 e i 25 anni che, fra Vilna e Cracovia, si uniscono alla Resistenza ebraica e combattono senza esclusione di colpi.
Frutto di una lunga ricerca su diari, memoir, interviste e archivi in yiddish, polacco ed ebraico, The Light of Days non è il classico saggio storico. Le protagoniste hanno un’immediatezza che conquista e il ritmo è quello di un romanzo d’azione. Non per caso, dopo aver occupato per settimane le pagine dei principali media americani, ha scalato la lista dei bestseller del New York Times e Steven Spielberg si prepara a trarne un film.
La genesi del libro si deve al caso. Nel 2017, mentre a Londra fa i conti con la sua identità ebraica, Batalion decide di scrivere di donne ebree che sono state un esempio di forza. La prima a venirle in mente è Hannah Senesh, che nel 1939 dalla Palestina torna in Ungheria per combattere con gli Alleati. È catturata, uccisa e fino all’ultimo si dice abbia guardato i suoi carnefici negli occhi.
La sua vicenda ha per l’autrice un significato particolare. Nata a Montreal in una famiglia di sopravvissuti, fin da piccola ascolta le loro storie di morte e sofferenza. “I miei geni – scrive – erano marcati, perfino alterati, come oggi suggeriscono i neuroscienziati, dal trauma. Sono cresciuta in un’atmosfera di vittimizzazione e paura”. I suoi si sono salvati scappando dalla Polonia e dunque in famiglia fuga significa vita. “Ero cresciuta diventando una che scappa da relazioni, carriere e paesi. Ma Hannah era tornata per combattere. Volevo afferrare la ragione del suo coraggio”.
Alla British Library, su Hannah Senesh trova pochi libri ma uno cattura la sua attenzione. La copertina, di un consunto tessuto blu, recita in lettere dorate “Freuen in di Ghettos”, “Le donne del ghetto”. Sono 180 pagine in caratteri minuscoli, tutte in yiddish, una lingua che conosce. “Con mia sorpresa, solo poche pagine menzionavano Hannah Senesh; il resto riferiva le storie di decine di altre giovani donne ebree che avevano sfidato i nazisti, molte avevano l’occasione di lasciare la Polonia occupata nazista ma non l’hanno fatto; alcune hanno addirittura fatto ritorno di propria volontà”. Quelle pagine, dove spicca la testimonianza di Renia, sono una rivelazione. “Dove mi aspettavo buio e dolore, ho trovato pistole, granate e spionaggio. Era un thriller yiddish, che raccontava le storie delle ragazze del ghetto ebree polacche che pagavano le guardie della Gestapo, nascondevano revolver negli orsetti di pezza, flirtavano con i nazisti e poi li uccidevano. Distribuivano bollettini clandestini, lanciavano Molotov, bombardavano le linee del treno, organizzavano mense e raccontavano cosa stava succedendo agli ebrei”.
Dopo la guerra, dice, le loro storie sono state presto messe da parte. Quando hanno raccontato, molte non sono state credute, altre sono state accusate di aver abbandonato la famiglia o di aver dormito con il nemico. Tante hanno infine taciuto per non riaprire vecchie ferite.
Il loro protagonismo, sostiene Batalion, incrina però il mito della passività ebraica davanti allo sterminio e illumina di un’altra luce la portata della rivolta – le insurrezioni nei ghetti e nei campi di sterminio, i 30 mila ebrei unitisi ai partigiani, le reti clandestine che solo a Varsavia hanno aiutato quasi 12 mila ebrei a nascondersi. Sono gocce nel mare immane della tragedia, ma il loro valore simbolico è altissimo.
“Ricercando queste donne – scrive – ho imparato che la narrativa della mia famiglia non è l’unica opzione per confrontarsi con i grandi e piccoli pericoli del mondo. […] Renia e le sue compagne sono state coraggiose e potenti e hanno aperto la strada alle generazioni successive – non solo le Ruth Bader Ginsburg ma donne come me e come le mie figlie. I miei bambini devono sapere che il loro retaggio non include solo la fuga ma anche l’atto di restare e perfino correre verso il pericolo”.

(In alto i pionieri in addestramento a Białystok nel 1938; in basso la carta di identità falsa di Vladka Meed che contrabbandò dinamite nel ghetto di Varsavia)

Daniela Gross

(10 giugno 2021)