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Israele e la diaspora

“Rabbì Yehuda non ha mai preteso che le accademie babilonesi rimpiazzassero quelle della Giudea, ma al contrario ne servissero da eco e prolungamento. Così come Yavne non aspira a usurpare il posto e il ruolo di Gerusalemme, Nehardea non sostituisce Tsiporis o Tiberiade. La storia ebraica è un cerchio concentrico: si gira in tondo, sperando di toccare il centro che, invece, è sempre stabile; vicino all’Eterno, questo centro è anch’esso eterno. Per dirla in altri termini: un ebreo, per realizzarsi, deve vivere in simbiosi con il suo popolo, il suo percorso individuale deve seguire quello della comunità. Muoversi contro può essere stimolante ma pericoloso. Attenzione è permesso nuotare contro corrente, ma non fare opposizione. Sura e Pumbedita restano nella nostra storia perché non hanno mai voluto operare contro Gerusalemme”.
Elie Wiesel nel libro Maestri e leggende del Talmud, ripubblicato quest’anno da Giuntina, in un capitolo racconta di Rabbi Zeira, il quale “prima di tornare in Eretz Israel avrebbe digiunato per cento giorni così da dimenticare l’insegnamento ricevuto a Babilonia”. Nell’affrontare il maestro che si colloca tra gli amoraim, Wiesel si sofferma sul rapporto tra diaspora e Israele, una relazione sempre attuale. Seguendo il filo del discorso citato, Wiesel si chiede poi senza darsi risposta “un ebreo della Diaspora non può che essere incondizionatamente per Israele?”. Wiesel non risponde per non cadere nella politica, ma la stessa domanda si potrebbe anche forse invertire? Israele e la diaspora fanno parte a pieno titolo della storia ebraica, ne sono l’essenza e la sopravvivenza, dei “cerchi concentrici” che dialogano nel tempo. Anche Rabbi Zeira dunque non sarebbe stato lo stesso se Babilonia non l’avesse cresciuto…

Francesco Moises Bassano