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Ciò che il nostro tempo
ci consegna

Ogni generazione vive il suo tempo come esclusivo ed ultimativo. Di sé pensa (e dice) di essere la soglia ultima verso qualcosa a venire che, per il fatto stesso di non essersi ancora definito e rivelato appieno, è nebuloso poiché costituisce – al medesimo modo – la rifrazione di un passato prossimo e l’orizzonte di un futuro, nei confronti dei quali non si può nutrire altro che non sia il sentimento di spaesamento e di timore reverenziale. Come dire: «après moi le déluge!» (ossia, «dopo di me il diluvio»), espressione attribuita dalla tradizione al re di Francia Luigi XV, che l’avrebbe pronunciata nel corso di una conversazione con la marchesa di Pompadour, allo scopo di porre fine alle insistenti esortazioni di occuparsi attivamente degli affari dello Stato. Non possiamo avere nostalgia di ciò che sarà né, tanto meno, di quanto potrebbe essere, magari anche senza di noi stessi (cosa che ci turba assai, anche se non siamo ben disposti al riconoscerlo): semmai rimpiangiamo – non importa se erroneamente, in quanto ciò è piuttosto l’effetto delle nostre mere illusioni – l’idea di un trascorso che ci abita come rimpianto incommensurabile. È il senso di una perdita, quella della nostra stessa storia personale. Spesso ci inganniamo dicendoci che in essa riposa il destino dell’umanità. Non è così, in quanto la vera scoperta di noi medesimi, ovvero della nostra finitudine, coincide con la maturata consapevolezza che nessuno è indispensabile al disegno del mondo ma tutti, insieme, occorriamo ad esso. La nostalgia è comunque un sentimento che anima costantemente le società del nostro tempo. Dal Novecento in poi, posto che prima erano ben altri gli ordini di priorità. Viviamo in una sorta di limbo, nel quale già intuiamo di non essere più quel che fummo (ossia quel che riteniamo di essere stati; a torto oppure a ragione, ancora una volta poco importa) ma fatichiamo a pensare quel che potremo divenire. Il tempo che incede, infatti, ci consegna il senso dell’incertezza. Anche per queste ragioni propendiamo a rifugiarci in facili, e caduche, certezze, a partire dall’erroneo convincimento che qualsiasi ragionamento abbia maggiore o minore valore quando sia rapportabile ad un’appartenenza ideologica o politica, entrambe consumatesi nella fiamma del tempo che fugge. Vana e infruttuosa è tale ricerca. Ciò che chiamiamo con il nome di «populismo», termine altrimenti così generico da perdere qualsivoglia concreto significato, è esattamente questo: l’idea illusoria, alla conta dei fatti, che qualcosa di noi debba perdurare nel tempo. In una sorta di cristallizzazione ideologica, per la quale qualsiasi elemento del presente non potrebbe essere letto – altrimenti – se non nel nome di ciò che invece appartiene al passato. Quello che è «tradizione», per capirci, non è mai ripetizione ma trasformazione e costruzione, attraverso i segni e i calchi dei trascorsi, di un tempo a venire, che è tale poiché non appartiene a noi stessi ma coloro che seguiranno a noi medesimi. Ciò che il tempo ci consegna, quindi, non è né un rimpianto e neanche un affanno bensì la consapevolezza che quel che già è stato si ripeterà, sia pure in forme per noi inedite, in quello che potrà essere. A tale riguardo, quindi, aiutiamo il passaggio del testimone. Non si è mai anacronistici quando ci si adopera negli sforzi al riparo di tale consapevolezza. Poiché non si passa, semmai si trapassa in coloro che ci seguono. Così come noi abbiamo fatto in quanti ci hanno preceduto.

Claudio Vercelli

(20 giugno 2021)