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L’Aron e la complessa sfida del restauro

Progettare, prefigurare qualcosa che ancora non c’è, non un modello ideale e astratto, anzi qualcosa di molto concreto, che si inserisce in un contesto definito da mille dettagli di cui occorre tenere conto, misure, materiali, risorse, linguaggi formali, ma che nello stesso tempo impone un elevato rischio di scelte arbitrarie e spesso irreversibili. Il progetto costituisce un impegno difficile e pieno di incertezze, che spesso rimanda a termini indeterminati come arte, creatività, estro, ispirazione.
Restaurare, ossia reintegrare e conservare manufatti esistenti, che appartengono alla storia più o meno recente, secondo l’opinione di molti anche autorevoli esponenti della disciplina, sembra configurare un compito molto più rassicurante, che richiede certo molte competenze, il dominio di tecniche complesse, una capacità di indagine meticolosa, una sensibilità affinata dall’esperienza, la capacità di fermarsi al momento giusto. Ma generalmente si ritiene che imponga di agire all’interno di un campo assai meno pervaso di incertezze.
Ma è davvero così netta la linea di confine che divide le due discipline? Si può davvero affermare che una operazione di restauro implichi la conoscenza dell’arte, la convivenza con l’arte, muovendosi tuttavia all’interno di un impianto metodologico che impone al restauratore di astenersi da ogni soggettiva interpretazione, da qualsiasi tentazione di affermazione di una propria personalità, riducendo al sottotono la ricostruzione delle lacune, rendendo riconoscibili le integrazioni contemporanee, garantendo la reversibilità e dunque la possibilità di riportare l’opera alla sua consistenza originale, prima delle opere di restauro?
La monumentale sinagoga di Vercelli, voluta con l’entusiastico slancio da una comunità israelitica da poco affrancata dalle discriminazioni, fu realizzata dall’architetto Locarni nel 1878, e presto si rivelò sovradimensionata per una popolazione ebraica ormai in declino. Nei polverosi e reconditi ambienti che, insieme alla scenografica sala di preghiera, la compongono sono conservate le tracce meno appariscenti della storia di quella comunità.
Li giaceva da tempo un Aron Ha Kodesh (armadio sacro) già in uso nel ghetto di Vercelli, prima della realizzazione della sinagoga ottocentesca. La sua fattura composita – il corpo centrale seicentesco, barocco, decorato con finti marmi un po’ grossolani, i due eleganti pannelli laterali contenenti testi di preghiere, risalgono invece al ‘700 – lasciano pensare che già dai tempi del ghetto all’origine del manufatto vi fossero elementi provenienti da qualche precedente installazione.
Il corpo centrale presentava due vistose lacune: le due colonne corinzie che dovevano sorreggere la trabeazione erano sparite, senza lasciare altra traccia che una vecchia e preziosa fotografia di Giorgio Avigdor, in cui l’Aron risultava integro di tutte le sue parti ma i dettagli delle colonne, allora decorate in finto marmo verde, si intuivano appena. Si poneva un problema peraltro ricorrente nell’esecuzione di qualsiasi restauro, il conflitto tra due opposte ragioni tra cui il restauratore deve scegliere uno specifico punto di equilibrio: privilegiare la percezione dell’opera riportata alla sua completezza originale o lasciare che le vicende della storia depositassero sull’opera le proprie tracce? Ma qui non si trattava di un minuscolo rammendo, le due colonne costituivano una componente indispensabile per ricostruire la sintassi compositiva del manufatto architettonico, e nello stesso tempo, confondendo Passato e Presente, la loro ricostruzione avrebbe immediatamente potuto trasformarsi in un falso storico imbarazzante.
Abbiamo convissuto a lungo con l’Aron, abbiamo ripetutamente sostato – noi architetti, il committente, la Presidente della Comunità ebraica di Vercelli Rossella Bottini Treves, il laboratorio di restauro Doneaux e associati, il restauratore Franchino, che avrebbe eseguito materialmente la scultura – davanti al Tabernacolo e alle sue quinte laterali, cercando di studiarne il linguaggio e la storia, cercando di cogliere le intenzioni e le condizioni di chi aveva concepito e realizzato l’opera, investigando le tracce della consistenza originale e ragionando sulle diverse tecniche, sui diversi materiali, sulle maggiori o minori accentuazioni che il restauro avrebbe potuto attribuire alle sue parti, ma soprattutto sui possibili obiettivi che occorreva porsi nell’affrontare la delicata ricostruzione delle parti mancanti. Siamo arrivati alla determinazione di realizzare un ossimoro incerto, integrare l’Aron mutilato con due protesi che permettessero di ricostruire a colpo d’occhio l’equilibrio generale dell’opera, lasciando però in tutta evidenza la loro identità di manufatto contemporaneo, imperfetto e frammentario, limitandoci ad abbozzarne i caratteri decorativi e rinunciando ad applicare una decorazione omogenea alla parte originale.
Passato e Presente tornano a collocarsi in una ordinata sequenza lungo la traccia lineare del Tempo, la rappresentazione del Sacro si spoglia di ogni aspirazione trascendente e richiede, per completarsi, del coinvolgimento e dell’interpretazione degli uomini.
Il restauro dell’Aron Ha Kodesh è stato finanziato con i contributi di Compagnia di San Paolo, della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino e della Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli. Il restauro è stato avviato nel maggio 2020 e concluso a gennaio 2021. Il progetto di restauro è stato realizzato dalla Studio Sequenze Franco Lattes e Paola Valentini, architetti.
L’Aron Ha Kodesh restaurato è stato presentato al pubblico il 20 giugno 2021, nell’ambito della manifestazione “Vercelli Via Foa in Concerto, Tesori ritrovati”, realizzata dalla Comunità ebraica di Vercelli in collaborazione con il Meis, e finanziata con una campagna di crownfunding sulla piattaforma Eppela (Bando più Risorse Fondazione CRT).
Durante l’iniziativa sono intervenuti la Presidente della Comunità ebraica vercellese, Amedeo Spagnoletto direttore del Meis di Ferrara, Paola Valentini, architetto. A seguire lo splendido concerto di Simonetta Heger dal titolo Col ha neshamah tehallèl Adonai / Ogni essere vivente lodi il Signore, legato all’ultimo versetto del Salmo 150, testo a cui si ispira la splendida melodia di un anonimo compositore olandese del XVIII secolo, che scrisse una cantata per la sinagoga Ets Hajim (l’albero della vita) di Amsterdam.

Franco Lattes, architetto

(21 giugno 2021)