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Periscopio – Mosaici e citazioni

Nei miei interventi delle scorse settimane, affrontando la questione della possibile influenza esercitata su Dante da Immanuel Romano e dal monaco Panteleone, ho esposto le ragioni che mi inducono a ritenere poco verosimile che il poeta abbia direttamente letto il testo di Romano e visionato il mosaico del Duomo di Otranto.
Ciò detto, resta però da chiedersi se Alighieri, pur non avendo letto e visto le opere di Immanuel e di Pantaleone, ne abbia almeno sentito parlare. Il poema di Immanuel, come sappiamo, si chiama “L’Inferno e il Paradiso”, e la navata laterale di sinistra del Duomo di Otranto accoglie, anch’essa, la descrizione musiva dell’Inferno (luogo di dannazione) e del Paradiso (spazio di redenzione). Certamente Immanuel e Pantaleone non hanno inventato loro i due grandi spazi dell’oltretomba, ma sono i primi ad avere dato ad essi una così compiuta espressione artistica. Non sappiamo se Dante abbia sentito parlare del poema di Romano, ma certamente non può non avere avuto notizia del mosaico di Otranto che, come abbiamo già ricordato, era famosissimo, già prima di essere ultimato. È molto, molto probabile, perciò, che abbia avuto notizia di questa raffigurazione visiva, e che ciò gli abbia fatto balenare l’idea (chi sa, forse già da ragazzino) che l’Inferno e il Paradiso non sono solo due spazi dell’aldilà, ma possono anche essere oggetto di rappresentazione artistica.
All’Inferno e al Paradiso di Pantaleone (e di Romano), com’è noto, Dante aggiunge il Purgatorio (che, fino a quel momento, come ha spiegato Le Goff, non era altro che una pallida ipotesi teologica, sorta vero la metà del XII secolo), e tale invenzione (che, senza Dante, sarebbe probabilmente stata accantonata), com’è noto, avrebbe avuto incalcolabili conseguenze sullo sviluppo della civiltà europea. Nel dare al poema (e a tutta la concezione dell’universo) un’impostazione ternaria, il poeta si collega a un antico e diffuso schema tripartito, che affonda le sue radici in molte civiltà indoeuropee (per fermarci solo all’antica Roma, ricordiamo le triadi Giove-Marte-Quirino e poi Giove-Minerva-Giunone), e di cui la Trinità cristiana non è che una delle tante manifestazioni. Pantaleone non è ancora pienamente dentro questo schema, in quanto vissuto in un’epoca – precedente all’invenzione dantesca del Purgatorio – nella quale lo schema tripartito aveva un astratto valore teologico (la Santissima Trinità), ma non era ancora mai stato utilizzato come modello descrittivo dell’aldilà.
Ma è proprio Pantaleone, in quella che mio padre definì una “Divina Commedia figurata”, a porre a guardia dell’Inferno, esattamente come Dante, tre temibili fiere: un orso, un leone e una lupa (la cui descrizione e simbologia è magistralmente descritta dal Gianfreda). Dante, invece, com’è noto, trova, a sbarrargli la strada, tre animali in parte diversi: una lonza (“leggera e presta molto”: Inf. I. 32), un leone (“con la test’alta e con rabbiosa fame”: Inf. I. 47) e una lupa (“che di tutte brame/ sembiava carca nella sua magrezza”: Inf. I. 49-50): simboli di lussuria, superbia e avarizia? oppure di incontinenza, malizia, bestialità? o di superbia, invidia, avarizia? o, ancora, di Firenze, Francia e Curia romana? Le ipotesi fatte sono diverse, e non è il caso, in questa sede, di richiamarle: è lo stesso poeta, d’altronde, a mio avviso, che vuole lasciare il lettore libero di dare la sua interpretazione; se avesse voluto instradarlo, lo avrebbe fatto. Quel che è certo è che, a bloccare la strada verso l’aldilà, nel mosaico e nel poema, ci sono tre animali. È davvero difficile pensare a una mera coincidenza, anche se continuo a credere che sia poco probabile che Dante abbia ammirato con i suoi occhi la raffigurazione musiva (anche per il fatto che, di un suo eventuale viaggio in Puglia, non abbiamo alcuna notizia).
È molto verosimile, invece. che al poeta sia stato riferito che, in un luogo remoto del profondo Sud, qualcuno aveva collocato, a guardia del mondo ultraterreno, tre fiere selvagge. E, chi sa, può darsi che gli sia stato detto, o abbia immaginato, che fossero proprio una lonza, un leone e una lupa (le raffigurazioni di Pantaleone, fra l’altro, non sono di univoca interpretazione). Ed entrambi, Pantaleone e Dante, possono avere tratto spunto, come suggerito da Gianfreda, dalle Lamentazioni di Geremia (5.6), ove Israele è perseguitato da tre bestie, un leone, un lupo e un pardo (secondo Girolamo, simboli dei tre imperi nemici, il babilonese, il medo-persiano e il macedone). Ma, se le fiere sono tre, tre devono anche essere gli spazi ultraterreni.
In conclusione, la questione – di grande suggestione – dell’influenza di Pantaleone e di Immanuel su Dante resta ancora confinata, per lo più, nel terreno dell’ipotesi, della congettura e del dubbio.
Quanto alla possibile ‘ebraicità’ del mosaico (ove compaiono i patriarchi di Israele e Alessandro Magno – figura esaltata da diversa letteratura ebraica, come simbolo del giusto sovrano universale -, ma non Gesù, Maria, gli apostoli e i santi), non posso non ringraziare Samuele Rocca, eccellente studioso e bravissimo collaboratore di questo giornale, il quale, avendo letto le mie righe su Pantaleone, ha avuto la cortesia di mandarmi questa affascinante citazione, attribuita a Rashì, ma, in realtà, proveniente da suo nipote, Rabbenu Tam, che l’ha inserita nel suo Sefer haYashar (Libro della rettitudine): Ki mi Bari tizè Torah u Davàr Hashèm mi Otranto (“da Bari è uscita la Torah, e la parola del Signore da Otranto”).
Quando scriveva Tam, il mosaico era già stato realizzato. Può darsi che il riferimento fosse ad esso? Le mie scarse competenze mi impediscono di avanzare supposizioni in merito, ma mi piacerebbe se Samuele ci desse, pubblicamente, qualche sua idea in proposito. Ricordiamo che, all’epoca, a Trani (molto vicina a Bari e a Otranto) sorgeva una fiorente comunità ebraica (e di recente, com’è noto, si è assistito all’evento, più unico che raro, della restituzione al culto ebraico di un’antica sinagoga di Trani, poi trasformata in Chiesa).
Quella voce, partita da Otranto, ha raggiunto Dante? Non lo sappiamo; certamente, raggiunge noi, e indica una strada che, a ritroso, ritengo valga la pena di percorrere.

Francesco Lucrezi, storico