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Storie di Libia – Jojo Naim

Jojo Naim ci racconta, con il sorriso sulle labbra, di quando il nonno dichiarava di voler andare all’inferno per poter stare con le figlie che il sabato fumavano di nascosto.
Vive a Miami, ha viaggiato molto, fatto il pilota di aerei per 40 anni. Si ritiene “molto ebreo”, pur non essendo particolarmente osservante.
In Libia non ha mai avuto amici fuori dal mondo ebraico. Doveva anzi ingegnarsi per sfuggire ai gruppetti di facinorosi che erano soliti malmenare lui e gli altri ragazzi ebrei senza motivo.
Se giocando a basket vincevano contro ragazzi arabi, le partite si concludevano con una pioggia di sassi. Jojo non ha subito il trauma di lasciare la Libia: il trauma era viverci senza libertà, da cittadino dhimmi.
Un giorno, aveva solo 14 anni, ebbe la meglio su due di loro che lo volevano picchiare. Dopo alcuni giorni passò sotto casa un corteo funebre e quei ragazzi si misero ad urlare dicendo che dal balcone della casa lui aveva sputato sul morto. Era ovviamente una orribile bugia. Molti arabi assediarono la casa e la polizia fu costretta a presidiare l’ingresso per impedire che lo linciassero. Così fu costretto a lasciare Tripoli, da solo, appena adolescente, alla volta di Napoli. Lì visse nella casa di amici di famiglia cattolici, che lo ospitarono e gli fecero rispettare la sua religione mandandolo a pregare tutti i venerdì in sinagoga. Fu raggiunto in Italia dal resto della famiglia dopo due anni e di lì a breve si trasferirono tutti in Venezuela.
Jojo dopo alcuni anni è tornato in Libia per fare visita ai parenti, con il suo nuovo passaporto. Nemmeno le spiagge di cui conservava un buon ricordo gli erano sembrate più così belle, almeno se paragonate a quelle dell’Italia o del Venezuela. Non c’erano disordini a quel tempo ma ricorda il grande buio che gli sembrava pervadere Tripoli.
Joio parla di predisposizione ebraica per la sofferenza che porta a reagire e a riscattarsi. E questo vale per tutti gli ebrei che hanno dovuto lasciare gli stati arabi.
Coltiva le tradizioni culinarie familiari e racconta di aver ritrovato un campione libico di basket, Duccio Nemni, a Santo Domingo. In merito alla possibilità di richiedere o meno un risarcimento e di fermare la distruzione di sinagoghe e cimiteri osserva: “Mai nessuno ebreo costretto a lasciare uno stato arabo è stato risarcito. Perché tentare noi? Amo lottare ma non per cause perse. Non possiamo cambiare la loro mentalità. Ovunque le chiese e le sinagoghe sono state trasformate in moschee”. Aggiunge poi: “Chi non impara dalla sua storia è condannato a ripeterla”.
Miami è la sua casa, dove ci sono le persone che ama e che lo amano. Ma anche gli Stati Uniti, ricorda, in passato emarginavano gli ebrei. Conclude l’intervista spiegandoci di festeggiare più compleanni perché, oltre a quello legato alla nascita, celebra il giorno in cui, piccolissimo, sopravvisse ad un bombardamento che aveva distrutto sia la culla che la sua camera, e quello in cui si salvò da un grave incidente aereo.

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(Per contattare l’autore, anche per eventuali testimonianze sulle storie e le memorie degli ebrei di Libia, è possibile scrivere a: davidgerbi26@gmail.com)

David Gerbi, psicoanalista junghiano

(12 luglio 2021)