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Antisemitismo cieco

Se avessi ritardato di un mese la pubblicazione del mio ultimo impegno, questo lo avrei inserito come esempio di antisemitismo inconsapevole, o cieco. Cieco perché chi me lo ha espresso non sapeva affatto che io fossi ebreo. E neppure ora lo sa. Ma andiamo con ordine.
Siamo in montagna, a casa nostra, qualche giorno fa, e stiamo finendo di pranzare in giardino. Due preti, ospiti di una vicina residenza estiva, stanno passeggiando di fuori, si fermano a guardare la casa. Uno dei due, il più ardito, chiede di essere autorizzato a fotografarla. Non c’è problema. Ci vuol mostrare la bella foto che ha fatto. Perché no? Si introduce nel giardino e impone cortesemente la sua presenza assieme all’amico. Ormai dentro e avviata una conversazione a senso unico, mia moglie li invita a sedersi per un caffè o un frutto. Il più loquace ci racconta, non richiesto, la sua vita. Missionario salesiano, in giro per il mondo da quarant’anni, prete di trincea, evangelizzatore e fondatore di una città in Guatemala, ha conosciuto Madre Teresa di Calcutta, è stato ospite del Costanzo Show, è stato vittima della persecuzione di regime, è teologo e filosofo, conosce sette lingue, comunicatore instancabile con migliaia di follower… Insomma persona coraggiosa, impegnata, colta, conoscitore del mondo e delle cose. Fine e instancabile – fin troppo instancabile, magari – parlatore. Noi, ammutoliti dal torrente di parole, non possiamo che fungere da pubblico. Offriamo caffè e albicocche. Mia moglie si aspetta che, fra una promessa di resurrezione e l’altra, io osi inserirmi per rivelare la nostra tranquilla ebraicità. Io, invece, sto pensando che se apro quel velo su di noi rischiamo di scoprirci oggetto di una promessa di salvezza. Quindi freno la mia ansia di schiettezza e mi attengo a un rigorosissimo silenzio. Ascolto, e, sotto il sole di luglio, guardo in tralice l’orologio pensando al dondolo e al giornale che mi aspettano in terrazza al piano di sopra. Ripenso a Eliot: ‘The voice returns like the insistent out-of-tune / Of a broken violin on an August afternoon’ – ‘La voce ritorna come l’insistente stonatura / di un violino incrinato in un pomeriggio d’agosto’. La bellezza immortale della poesia.
Ormai da mezz’ora stiamo ascoltando la corrente inarrestabile di ricordi, storie e aneddoti, emettendo di tanto in tanto pochi e sempre più rari ‘mmm…’ e ‘ahhh..’ di cortese assenso e meraviglia. Abbiamo perso da un bel po’ il filo del discorso e ne attendiamo la non prevedibile fine. Finché la fiumana porta ai nostri orecchi la rivelazione: ‘perché è più facile convertire dei maiali che convertire degli ebrei’.
La nostra reazione è la solita, irrigidimento e sguardo nel vuoto. Ormai ci siamo abituati. Mia moglie si aspetta che io scoppi, e invece me ne sto zitto, semplicemente perché non ho voglia di sorbirmi ipocrite giustificazioni, scuse tardive, promesse mancate. Non ho proprio voglia di illuminare un esibizionista inveterato sul rispetto reciproco, sulla bellezza della diversità, sull’ignoranza del pregiudizio, e via di questo passo. Lui, un religioso evangelizzatore, che non sa che, se a suo tempo degli ebrei non si fossero convertiti (con o senza maiali, proprio non lo so), non ci sarebbe stato il cristianesimo. Invece, lo guardo e gli dico che lo ringraziamo della visita. Più tardi, per sdebitarsi del caffè, mi fa portare un’immagine sacra che presto ci preoccupiamo di regalare ad amici che la possano rispettosamente apprezzare.
E ancora una volta mi trovo a chiedermi quanto sia giusto sopportare il dominio dell’ignoranza e del pregiudizio, se sia opportuno tacere o non ci si debba invece impegnare in spiegazioni e contestazioni, e se ne valga davvero la pena, e che speranza ci sia di convertire allo spirito d’umanità una persona di religione che ha studiato e vissuto solo per aumentare la propria chiusura mentale. La storia al filosofo-teologo non ha insegnato nulla, in lui ha vinto l’indottrinamento ideologico.
Il giardino ritorna al silenzio che gli appartiene, solo il suo sentimento un po’ più irruvidito.
L’esperienza di antisemitismo si arricchisce di un altro tassello. Un altro granello che si aggiunge a tutti gli altri, in vista dell’impossibile mucchio.
Salgo in terrazza e mi rifugio nei Brandeburghesi.

Dario Calimani

(13 luglio 2021)