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Italia ed Est Europa, quegli intrecci
sul filo dell’identità ebraica

Quella tra Italia ed Europa orientale è una storia fatta di molti incontri. Di scambi costanti e su diversi piani in entrambe le direzioni. Un processo che, nel corso dei secoli, ha visto gli ebrei protagonisti. Lo ricorderà un prestigioso convegno internazionale in programma domani, organizzato dalla Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia e dal Center for Jewish Art della Università Ebraica di Gerusalemme: “Jewish Crossroads: Between Italy and Eastern Europe”, curato da Vladimir Levin e Andrea Morpurgo, sarà l’occasione di un viaggio ampio. Partendo da “migrazioni, economia e Halakhah”, per poi soffermarsi su “architettura e scultura” e approfondire il capitolo relativo a “manoscritti e libri stampati”. Con uno sguardo infine sull’Italia “moderna e contemporanea”.
Al via alle 12, sulla piattaforma Zoom e in streaming anche sulla pagina Facebook della Fondazione, il convegno segna l’inizio di una collaborazione che porterà, si annuncia, “alla costruzione di futuri progetti di studio, salvaguardia e valorizzazione del ricchissimo patrimonio storico artistico ebraico italiano, presente sul nostro territorio e all’estero”.
Tra gli esempi più noti di questi intrecci tra Italia ed Est Europa, ha sottolineato Morpurgo su Pagine Ebraiche, la costruzione di numerose sinagoghe in Polonia e Lituania da parte di architetti italiani. Ad esempio la sinagoga Izaak, “costruita da Francesco Olivieri nello storico quartiere Kazimierz di Cracovia nel 1644, e che prende il nome dal suo donatore Izaak Jakubowicz, banchiere del re Ladislao IV di Polonia”. Anche la galiziana Leopoli fu un altro importante centro in cui, tra il XVI e XVII secolo, architetti italiani o di lingua italiana progettarono e costruirono sinagoghe. Tra essi “Adam Pokora (Adamo de Larto) di Bormio in Lombardia, Andrea Pellegrino di Bologna, Paweł Szczęśliwy (Paulus Italus), Ambroży Przychylny (Ambrosius Nutclauss) e Giacomo Medleni, provenienti dal cantone svizzero dei Grigioni e Zachariasz Sprawny (Zaccaria Castello) di Lugano in Ticino”. Curiosa poi la vicenda di Bernardo Morando che, nato Venezia nel 1540, si trasferì in Polonia nel 1569. “L’architetto italiano – racconta Morpurgo – fu incaricato dal ricchissimo nobile polacco Jan Zamoyski di progettare una ‘città ideale’ in stile rinascimentale. Zamoyski, impressionato da ciò che aveva visto durante il suo soggiorno come studente di medicina di Padova, voleva che Morando gli costruisse qualcosa di simile e che la sua nuova città di Zamosc fosse popolata da un mosaico multiculturale di persone tra cui italiani, greci, armeni ed ebrei”. Ma invitò solo sefarditi provenienti dalla Repubblica di Venezia e dall’Impero Ottomano, perché “li considerava cosmopoliti e culturalmente superiori ai locali ebrei ashkenaziti, a cui proibì tassativamente di stabilirsi in città”.
L’interazione, ricorda Morupurgo, fu ovviamente anche in direzione opposta. Se è vero che numerosissimi furono i medici ebrei provenienti dall’Italia che esercitarono la professione nelle più importanti corti dell’Europa orientale, è altrettanto vero infatti “che innumerevoli furono gli studenti ebrei in medicina provenienti da paesi dell’Est che vennero a studiare negli atenei italiani”. Indicativa in particolare “la vicenda del libro Yerum Moyshe, pubblicato in yiddish nel 1679 ad Amsterdam dal polacco Moyshe Rofe che, dopo aver studiato medicina in Italia, tornò nella nativa Kalish per servire la sua comunità”. L’autore nell’introduzione al libro, allo scopo di dare maggiore credibilità ai suoi rimedi medici, riportava le prestigiose approvazioni in ebraico “di sette medici di Padova, Verona e Venezia, nonché del rabbino di Padova Semaria Conegliano (o Coneian)”.

(21 luglio 2021)