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Machshevet Israel
La mistica del terzo pasto

Il ‘terzo pasto’ dello shabbat, come momento speciale di spiritualità, non è un’invenzione del chassidismo ma sono stati proprio i rebbe chassisidi a riattivarne e consolidarne l’uso nel mondo ebraico. Al fine di giustificare il nome ‘onegh, delizia, dato allo shabbat – in Yeshayahu/Isaia 58,13 – la tradizione ha prescritto tre pasti nell’arco delle venticinque ore della festa: mangiare insieme è una forma di celebrazione e un piacere fisico permesso, anzi raccomandato dai maestri a tale scopo. Se mangiare nei giorni lavorativi è una necessità e può essere limitata a due pasti, di shabbat il riposo e il senso di festa spingono ad aggiungere un ulteriore pasto. Rav Adin Steinsaltz ha spiegato che “il pasto di shabbat è una forma di culto” ossia di ‘avodà, di servizio divino, e può essere paragonato al seder di Pesach. Va accompagnato da parole di Torà e può precedere o seguire momenti di studio. Se ogni comunità e famiglia ha le proprie tradizioni per marcare la santità dello shabbat, tradizione comune è avere due challot, le trecce di pane, in ricordo della doppia porzione di manna che si raccoglieva nel deserto. Il vino del qiddush, poi, allieta il cuore dell’essere umano (naturalmente se buono – kasher – e bevuto con moderazione). Il primo pasto, quello del venerdì sera, è il più osservato; il secondo appare ovvio; ma come nasce la concezione mistica del terzo pasto sabbatico? Troviamo una spiegazione in Abraham Joshua Heschel, il pensatore neo-chassidico che molto ha insistito sul valore dello shabbat per l’uomo moderno.
A suo dire, “una delle innovazioni del Ba‘al Shem Tov, che ebbe maggior influenza, fu l’introduzione del terzo pasto del sabato. I due altri pasti del sabato erano intesi [dal chassidismo] per il bene del corpo e dell’anima. Si mangiava un poco del cibo come gesto simbolico, ma il vero scopo era una meditazione profonda e prolungata. I primi due pasti del sabato venivano consumati a casa propria: la famiglia diveniva una melodia, la pace una certezza. Il terzo pasto veniva consumato nella sinagoga in compagnia di stati interiori di desiderio, sogno, adorazione e contemplazione, e in comuni preghiere. Senza prelievo dei rotoli sacri e senza ritualità liturgica, durante il terzo pasto non vi era nulla da seguire. I chassidim sedavano nella penombra del crespuscolo, quasi all’oscuro. Una volta data la benedizione, assaggiavano un pezzo di pane e un’aringa, cantavano melodie spirituali e la loro capacità di assorbire la luce aumentava”. Questa descrizione è assai lontana dalle odiene celebrazioni del terzo pasto in alcuni battè ha-knesset chassidici, a Gerusalemme o a Brooklyn, chiamato ‘tisch’, tavolata, attorno al Rebbe, mentre gli ‘yeshivabocherim’ stanno ritti su delle tribune in legno, che vibrano al ritmo dei piedi che battono il tempo delle melodie (ogni tanto ci scappa l’incidente, se le tribune cedono). Conclude Heschel: “L’intero shabbat è prezioso, ma il terzo pasto contiene uno dei momenti più meravigliosi della giornata” (citazioni da: Passione di verità, Rusconi, Milano 1977, p.76).
Riferendolo al Kotzker Rebbe – di cui Heschel traccia un profilo in parallelo a quello del filosofo esistenzialista cristiano Kierkegaard – ecco un commento alla massima mishnica: ‘un’ora di teshuvà vale più di tutta la vita eterna’. “Il Kotzker insegnava: Di cosa si parla qui? Dell’ora del terzo pasto. Lo shabbat è come la vita eterna e il terzo pasto è l’ora migliore della vita eterna”. Pazienza se poi questo complesso maestro, a un certo punto della sua vita, decise di isolarsi da tutti, persino dai suoi studenti. In un certo senso, però, ciò aiuta a capire che la festa non è sinonimo di baldoria, neppure di baldoria spirituale, e che la psicologia delle folle ha poco a che fare con l’interiorità della fede. Non parlava, in positivo, rav Joseph Soloveitchik di “solitudine dell’uomo di fede”? Nella visione mistica del chassidismo il terzo pasto è l’occasione per condividere la figura fisica dello rebbe, lo tzaddiq, condividendo un boccone e un sorso di vino su cui il rebbe stesso ha detto la berakhà. Su queste forme di contatto comunionale mediato dal cibo indagano molto gli antropologi culturali e il giudaismo ha abbondante materiale da offrir loro (non meno di altre religioni).
Sempre rav Steinsaltz spiega ancora che il terzo pasto, consumato dopo la preghiera di minchà, è chiamato negli ambienti qabbalistici “il pasto di ze’eir anpin” sin dai tempi di Itzchaq Luria (XVI secolo) e durante la cena si leggono brani tratti dal Sefer ha-zohar, introdotti dal canto di salmi e di altri piyyutim o inni religiosi. Ze’eir anpin è termine tecnico della mistica ebraica per indicare una grande illuminazione, una rivalezione speciale, che si ottiene soltanto in specifici, magici momenti di elevazione spirituale. Chi non ha bisogno, almeno una volta alla settimana, di momenti così, religiosi o laici che siano?

Massimo Giuliani, Università di Trento

(22 luglio 2021)