moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Storie di Libia – Raphael Barki

Raphael nato a Tripoli, ebreo di Libia. La madre, figlia di un religioso, era abbastanza osservante mentre il padre, il cui genitore era capitato in Libia per errore, sbagliando nave, convinto di recarsi a Tripoli in Libano, era sicuramente molto più tradizionalista che religioso. La famiglia Barki aveva un rinomato negozio di tessuti in centro e godeva di un buon tenore di vita. Raphael nel giugno del ’67 aveva solo 4 anni e mezzo, quindi nutre solo un flebile ricordo della sua vita in Libia (legato più che altro al suo lettino bianco). Di quei fatidici giorni, poco prima della fuga, ricorda di aver accolto in casa, per proteggerla, una famiglia di amici ebrei. E poi il chiasso della folla violenta urlante che, agli occhi di un bambino ignaro della minaccia, diventava solo un pretesto per giocare a nascondino rifugiandosi dietro alle poltrone del salotto, che si affacciava sulla strada principale.
Si trasferirono per i primi mesi a Roma e poi a Milano, dove viveva lo zio paterno di Raphael con un’avviata attività commerciale che portarono avanti in società. Ci racconta sorridendo che la madre temeva che l’eccessiva vivacità di Raphael fosse legata al trauma ma in realtà lui non aveva ricordi tali da poter essere traumatizzato… era solo un bambino molto vivace.
Come molti tripolini quindi, anche il padre di Raphael si era rimboccato le maniche per costruire un futuro ai suoi figli. Anche lui, come quasi tutti gli ebrei provenienti dalla Libia, non chiese aiuto economico alla Comunità ebraica ma fece di se stesso l’artefice della ricostruzione.
Alcuni anziani della comunità ebraica di Libia ancora ricordano i bei momenti trascorsi a Tripoli, dove vivevano in una specie di bolla, come la definisce Raphael: l’agiatezza, le belle case, le passeggiate sul corso, le serate danzanti. Piacevoli memorie che però non possono prescindere dal fatto che gli ebrei erano comunque e sempre cittadini dhimmi, di serie b, colpiti dalla discriminazione. Solo alcuni di loro sognano ancora di farci ritorno piangendosi addosso per quello che hanno perduto, mentre la maggior parte si sono dati da fare, gettandosi il passato alle spalle, per costruire un futuro dignitoso ai loro cari.
Raphael vive con la sua famiglia in Israele, dove si è trasferito da solo nel 1996.
Sicuramente gli ebrei tripolini più grandi di lui avevano dovuto fare i conti con l’etichetta di “tripolino primitivo” affibbiata dagli israeliani di origine europea. Ma già la generazione di Raphael era ben scevra da questi preconcetti e lui, da sempre motivato a rimettersi in pista per suo retaggio, è riuscito ad affermarsi con successo nella società e nel lavoro.
Raphael coltiva il ricordo delle sue radici specialmente nel cucinare i piatti della tradizione e si sente a casa in Israele ma anche in Italia dove ha vissuto molti anni e dove vivono la madre, la sorella ed il fratello con le loro rispettive famiglie.
Alla domanda se valga la pena richiedere risarcimento o restituzione dei beni confiscati malgrado la “bugia di Gheddafi,” secondo la quale i beni degli ebrei di Libia in realtà compensano quanto rubato ai palestinesi, anche se mai i libici hanno dato alla Palestina nessuna di tali ricchezze confiscate, Raphael risponde che questa richiesta dovrebbe essere portata avanti non tanto dai singoli profughi ebrei di libici espropriati dei propri beni ma piuttosto rientrare nell’ambito di una negoziazione ad ampio raggio tra Israele e i paesi arabi e musulmani, che hanno prodotto circa novecentomila profughi ebrei dal dopoguerra in poi.
In merito al preservare sinagoghe e cimiteri ancora esistenti in Libia e alla costruzione di un monumento dedicato alle vittime del pogrom ritiene che Israele potrebbe promuovere l’iniziativa quando in Libia ci saranno condizioni propizie ed interlocutori affidabili. Bisognerebbe che la Libia diventasse prima un paese libero e democratico e che gli arabi, in cui è ancora forte l’odio antisemita, imparassero a riconoscere la ricchezza della diversità. Teme che in realtà un monumento potrebbe diventare per alcuni di loro un nuovo bersaglio di sputi ed atti vandalici, cosa assolutamente da evitare.
Raphael ha creato e gestisce “Mafrum per tutti,“ un gruppo online di circa 1800 iscritti, nato per raccogliere esperienze e testimonianze della comunità ebraica ed italiana originaria della Libia. Come promette il nome, a volte i toni delle discussioni possono diventare piccanti come l’aharaimi e saporiti come le mafrume, riflettendo in pieno il carattere dei libici.

Clicca qui per rivedere l’intervista

(Per contattare l’autore, anche per eventuali testimonianze sulle storie e le memorie degli ebrei di Libia, è possibile scrivere a: davidgerbi26@gmail.com)

David Gerbi, psicoanalista junghiano

(Nell’immagine un matrimonio in Libia nel 1927)

(26 luglio 2021)