Dire di no

No, Giorgio Almirante non era “tanto una brava persona”. Non ci interessa la rettitudine dell’uomo dinanzi ai suoi impegni personali, professionali, di politico, tra i famigliari, con gli amici, verso i conoscenti. Si può essere moralmente retti – ovvero ispirati ad un insieme di convincimenti profondi, consolidati, ripetuti e, come tali, rafforzati dall’azione in coerenza con essi – al medesimo tempo rivelandosi “legno storto dell’umanità”. Poiché proprio quei convincimenti sono una radice che non potrà produrre altro che non sia una pianta deformata. Le persone debbono assumersi le responsabilità di ciò che vanno professando. Rispondendone appieno dinanzi non solo al tribunale della loro coscienza ma anche di quella dei loro contemporanei e, con essi, delle generazioni successive. Tanto più se hanno ambito, con riscontro di consenso, ad esercitare una qualche tangibile leadership. Oggi, coloro che ne hanno recuperato una qualche eredità, non sono interlocutori se non hanno fatto i conti con essa, ovvero con il suo costituire un macigno ancora sospeso sulla testa dei tanti. Ed in Italia, i conti sono a tutt’oggi aperti, essendo stati sbrigativamente archiviati nel passato, nel nome di un nuovo accordo sociale e civile che non può comunque implicare in alcun modo l’accettazione dell’inaccettabile. In quanto, se le colpe individuali debbono essere restituite a chi di esse ne è personalmente titolare, subentra poi il torto di stare insieme sulla base di un progetto criminale. Quand’anche di proprio, al riguardo, in esso si sia magari fatto poco. E non è neanche questo il caso in questione, per capirci. Nella storia collettiva non esistono errori bensì orrori. Gli errori li possono commettere i singoli, gli orrori li commettono il più delle volte le forze organizzate, l’unione di tanti singoli. Quasi sempre sotto un copione, una regia e una direzione ben definiti. Elementi che servono essenzialmente a deresponsabilizzare per la prevaricazione, la persecuzione e la distruzione di ciò che, invece, avrebbe dovuto non solo sopravvivere ma, soprattutto, vivere. La facile equiparazione tra «totalitarismi», in questo caso, è solo un miserando artificio, una parificazione che serve esclusivamente a fare rientrare dalla finestra ciò che dovrebbe invece uscire una volta per sempre dalla porta. Una sorta di pilatesco rifiuto dei dati della realtà, quasi che dinanzi al delitto, il responsabile conclamato, preso con le mani nel sacco, potesse rivendicare: “in fondo, da quando c’è l’umanità ci sono anche i malfattori”. L’arcipelago fascista, e i suoi molteplici addentellati, costituiscono un fantasma che non si è per nulla dissolto. Sono l’alter ego delle democrazie in affanno. Lo sono stati storicamente, lo rimangono politicamente e culturalmente. Ci sono costati cento città, un’intera generazione, una devastante deportazione. Ed il segno dell’offesa in corpo, quello della morte che non si racconta in quanto è il viaggio alla fine della parola umana. Diciamo di no, questa volta più che mai senza se e senza ma. La memoria è ostinata poiché è l’ossatura di quel pluralismo democratico che la dittatura, e i suoi apologeti, avrebbero voluto cancellare una volta per sempre. Non ci pare poco poiché senza di esso non potremmo continuare ad esistere. Per l’appunto, diciamo di no per dire di sì alla vita. Che è plurale.

Claudio Vercelli