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Ponti aerei dall’Afghanistan

Il completo ritiro americano dall’Afghanistan potrà essere posticipato a dopo la scadenza prevista del 31 agosto. Ad affermarlo il Presidente Usa Joe Biden in una conferenza stampa in cui ha promesso che a tutti gli alleati afghani evacuati sarà dato rifugio negli Usa. E questo è il tema su cui si concentrano i titoli dei principali quotidiani oggi: l’operazione di salvataggio di chi è ancora nel paese conquistato dai talebani. Gli Stati Uniti hanno deciso di impiegare anche 18 velivoli civili, racconta il Corriere, e collaborano con altri paesi, tra cui l’Italia, per costruire ponti aerei in grado di portare in salvo il maggior numero di persone. E di corridoi umanitari e di come rispondere all’emergenza afghana si parlerà domani al G7 a guida britannica. “È vitale che la comunità internazionale lavori insieme per garantire evacuazioni sicure, prevenire una crisi umanitaria”, ha dichiarato Johnson. L’Italia, spiega il Corriere, vorrebbe però che fossero coinvolte anche Cina e Russia e per questo punta su una riunione straordinaria del G20.

Pericolo terrorismo. Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Biden, ha detto che la minaccia dei terroristi dell’Isis in Afghanistan è una preoccupazione crescente per gli esperti di sicurezza. “La minaccia è reale”, ha detto. “È acuta. È persistente. Ed è qualcosa su cui siamo concentrati con ogni strumento del nostro arsenale”. Nel frattempo anche Israele guarda con attenzione alla crisi afghana da cui, scrive Domani, teme che risulti rafforzato il nemico Iran. Un tema che il premier israeliano Bennett porterà il prossimo 26 agosto sul tavolo di Washington quando incontrerà per la prima volta Biden. Un colloquio in cui si parlerà della questione palestinese, ma anche, riporta ancora Domani, il tema “degli investimenti cinesi in Israele, che da tempo impensieriscono la Casa Bianca”.

Resistenza afghana. Mentre le notizie da Kabul rimangono preoccupanti, con spari e uccisioni da parte dei talebani (Corriere), le speranze vengono riposte nella resistenza anti-talebana nel Panshir. E a intervistarne il leader, Ahmad Massud, è l’intellettuale francese Bernard-Henri Lévy (Repubblica). Con la caduta di Kabul, afferma Massud, “abbiamo perso una battaglia, ma non la guerra, e io sono più determinato che mai”. Si dice pronto a dialogare con i talebani, ma chiede che garantiscano il rispetto dei “diritti delle donne, delle minoranze; e la democrazia, le basi di una società aperta e tutto il resto”. Altrimenti, continuerà la resistenza armata. E a riguardo chiede sostegno. “Avrò bisogno di mezzi per mantenere operativa questa risorsa”. Intanto su La Stampa nuovo ritratto per Zabulon Simantov, l’ultimo ebreo rimasto a Kabul.

Joséphine Baker sepolta al Panthéon. La Francia rende onore a Joséphine Baker. Cantante, ballerina, figura della Resistenza, combattente per i diritti dei neri, sarà sepolta al Panthéon di Parigi. “Saranno riconosciuti così, prima ancora dei suoi pur notevoli meriti artistici, il suo impegno e il coraggio con cui partecipò alla Resistenza francese durante la Seconda guerra mondiale, e con cui si batté per i diritti delle donne e contro le discriminazioni razziali al fianco di Martin Luther King all’inizio degli anni 60”, scrive il Corriere. Nel ritratto de La Stampa si ricorda come “in polemica con l’America segregazionista, ottenne la nazionalità francese, dopo aver sposato, nel 1937, Jean Lion (ebreo, il suo vero cognome era Lévy). E Joséphine iniziò a militare contro l’antisemitismo”.

Noa in concerto. La cantante israeliana Achinoam Nini, in arte Noa, presenta oggi il suo ultimo disco con un concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma. “L’album lo abbiamo pensato e inciso durante il lockdown, ognuno chiuso nel suo studio di registrazione casalingo”, spiega Noa al Corriere Roma, in un’intervista in cui si sofferma molto sui suoi legami con l’Italia.

Pregiudizi su carta stampata. Il Fatto Quotidiano risponde allo squallido ritratto di Gad Lerner pubblicato ieri dal Giornale, sottolineando come fosse disseminato di luoghi comuni antisemiti.

Far catturare Eichmann. Si chiamava Gerhard Klammer, l’uomo che denunciò per primo la presenza del gerarca nazista Adolf Eichmann in Argentina. Lo rivela un’inchiesta del Sueddeutsche Zeitung, ripresa da Repubblica, in cui si racconta l’identità di Klammer, come scoprì di Eichmann e come inizialmente la sua denuncia cadde nel vuoto. Fino a che una sua fotografia con accanto Eichmann arrivò nelle mani del Mossad.

Daniel Reichel