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Divieto di ibridi

Nella Parasha di Ki taze troviamo un divieto strano e allo stesso tempo indicativo: “non dovrai seminare nella tua vigna semi di varie specie se non vorrai che il prodotto dei semi che hai seminato e il prodotto della vigna divengano proibiti come se fossero cose consacrate”.
È un divieto decisamente strano e di difficile interpretazione. Prima di tutto cominciamo a valutarlo sulla base della attuale tecnica viticola. Oggi con la tecnica di coltivazione moderna il divieto sembra senza un senso: mi spiego. La vite attualmente è propagata per via vegetativa e l’ibridazione con altre specie appare irrilevante ed ininfluente. fino alla seconda metà dell’800 la vite era propagata semplicemente per talea. È una pianta i cui tralci, tagliati dalla pianta madre, posti a contatto con la terra, radicano facilmente: è la tecnica della talea.
Purtroppo nella seconda metà dell’ ‘800 in Europa si è diffusa l’infezione di Fillossera, un insetto proveniente dall’America che, attaccando le radici della vite, ha quasi distrutto i vigneti di tutta l’ Europa. Il rimedio per contrastare questo flagello, scoperto nei primi decenni del ‘900, è stato quello di innestare la vite europea su “piede” americano. Oggidì tutti i vigneti delle zone temperate sono innestati su viti americane, che sono resistenti agli attacchi della Fillossera, eliminando il pericolo e i danni di questo parassita. Il divieto di mescolanza di piante nel vigneto, alla luce della attuale tecnica di coltivazione, appare quindi poco realistico, ma è invece indicativo della tecnica colturale antica. Evidentemente ai tempi biblici la propagazione della vite avveniva per seme. In effetti è la tecnica di propagazione più ovvia e generale: le piante si propagano per seme e quindi è importante tutelare la loro genealogia. E la pratica della talea ( per non parlare dell’ innesto) appare ignota E qui entriamo in un cammino molto interessante. Premesso che la naturale affinità genetica tutela la propagazione di ciascun patrimonio genetico. E’ irrealistico pensare ad un ibrido tra il frumento ed un abete, ma tra specie più affini l’ibridazione, cioè l’incrocio fertile tra due specie diverse, è realisticamente ipotizzabile. Il triticale, cioè l’incrocio tra il frumento (utilizzato per le qualità panificatorie della sua farina) e la resistenza al freddo della segale, costituisce un esempio di questa possibile tecnica. Tuttavia la Torà vieta questo tipo di pratica. E i Maestri si chiedono il perché di questo divieto.
Le risposte, ovviamente sono diverse, ma non più di tanto. Il concetto base è quello di non sostituirsi a Dio nell’ opera della Creazione. Se il Signore ha stabilito di creare certe specie con determinate caratteristiche, l’ Uomo deve rispetto al disegno divino e non deve ardire di “creare” qualcosa di diverso dal disegno originale del Signore.
E’ interessante che quasi tutti i Maestri traggono da questo divieto “vegetale” insegnamenti a proposito di incroci tra animali. Secondo Rashi l’Uomo deve accettare questo divieto senza discutere e analizzarne le motivazioni. Ibn Ezra, Recanati, Aron Halevi e Sforno estendono il divieto all’ incrocio tra animali di specie diverse, mentre Maimonide e lo stesso Sforno traggono da questo divieto l’insegnamento che vieta l’uso di tessuti fatti da una mescolanza di fibre ( sha’netz = lino e lana). 
 E’ interessante l’ estensione che viene fatta nella pratica religiosa di questo divieto: l’innesto è anche vietato, anche se non se ne trova nella Torà un esplicito divieto. Tuttavia ancora oggi i rabbini che vanno a selezionare gli alberi da cui cogliere i cedri (destinati a divenire etroghim rituali) si piegano fino a terra per verificare che al piede dell’albero di cedro non ci sia traccia di innesto. 
C’è da chiedersi come giudica l’ebraismo religioso tutta quella serie di risultati delle più complesse tecnologie, soprattutto mediche, che vedono l’utilizzo di “ incroci” di tessuti eterogenei nella ricerca più avanzata. Senz’altro in linea di principio sarebbero vietati, ma il divieto cade essendo effettuati per la salute dell’Uomo: in base al principio del Piquach Hanefesh ( = letteralmente salvezza dell’anima, di fatto cura della salute di un individuo per garantirne la sopravvivenza), che permette ogni cosa pur di tenere in vita una persona. Ogni pratica viene permessa. La vita è un bene superiore e mantenerla è, senza ombra di dubbio, prevalente su qualsiasi interpretazione della normativa religiosa.

Roberto Jona, agronomo