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Afghanistan, il momento
della solidarietà

L’attenzione del mondo è rivolta all’Afghanistan. Alla crisi umanitaria in corso, dopo la conquista del potere da parte dei talebani e il ritiro degli Stati Uniti, ora si è aggiunta la minaccia del terrorismo. L’attacco dell’Isis all’aeroporto di Kabul era stato previsto dall’intelligence occidentale, eppure non si è riusciti ad evitarlo. Troppo facile per i terroristi mischiarsi alla folla e farsi esplodere tra i civili afghani e i soldati americani. Al momento il bilancio è di decine di vittime. “Noi vi troveremo, ve la faremo pagare”, ha dichiarato il Presidente Joe Biden parlando alla nazione e promettendo di colpire i responsabili. Ma sul terreno, i resoconti dei media, parlano dell’impotenza dell’Occidente nel bloccare una violenza annunciata. E che potrebbe ancora ripetersi. Nonostante questo, l’evacuazione continua e sono tornate le code davanti all’aeroporto di chi spera di fuggire dall’Afghanistan. I ponti aerei da giorni portano in salvo migliaia di persone e i governi europei stanno nuovamente discutendo – senza trovare una soluzione comune – come gestire il nuovo flusso dei migranti. Nel frattempo è la società civile a mobilitarsi per offrire un aiuto in questa emergenza umanitaria, con il mondo ebraico tra i protagonisti. La Giunta dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, riunitasi in via straordinaria, sta lavorando per accogliere 22 nuclei familiari. Nuclei che nei prossimi 14 giorni rimarranno in quarantena nelle sedi individuate dalle forze dell’Ordine.
Un’iniziativa, in accordo con alcuni operatori nazionali, che sarà sviluppata nelle prossime settimane, anche in collaborazione con le diverse comunità ebraiche sul territorio.
Sul fronte dell’accoglienza, tra le prime ad aver fatto sentire la propria voce, la realtà ebraica di Firenze, in contatto con l’amministrazione cittadina. “Non possiamo restare indifferenti di fronte al dramma di una popolazione, e in particolare al terrore che leggiamo negli occhi delle donne afghane, che temono la cancellazione dei loro diritti più elementari”, le parole del presidente Enrico Fink, che ha offerto la disponibilità della Comunità ad aiutare nell’accoglienza.
A muoversi, in coordinamento con l’UCEI, anche la Comunità ebraica di Milano. “Stiamo lavorando per organizzare una raccolta di beni di prima necessità nella zona antistante il Memoriale della Shoah di Milano”, spiega a Pagine Ebraiche il presidente Milo Hasbani. Una raccolta fondi che coinvolga, come lo scorso dicembre, diverse anime della città, ebraiche e non solo.
Chi da tempo è sceso fisicamente in piazza per aiutare i migranti sono i coniugi Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir. Da sei anni marito e moglie hanno deciso di dedicare il proprio tempo per aiutare le centinaia di profughi che arrivano in Italia seguendo la cosiddetta“rotta balcanica”. Prima a Pordenone, poi a Trieste, Franchi e Fornasir si sono impegnati a prestare le prime cure a queste persone che, dopo aver percorso a piedi centinaia di chilometri, partendo dall’Afghanistan, dallo Yemen, dalla Siria, dal Pakistan, cercano una nuova vita in Europa. “Affrontano un viaggio drammatico e hanno storie terribili alle spalle. Noi però non chiediamo nulla. Non è questo il nostro compito. Noi cerchiamo di aiutarli, in silenzio”, spiega Fornasir a Pagine Ebraiche in un incontro organizzato nel quadro del laboratorio giornalistico Redazione Aperta. 68 anni, psicoterapeuta, assieme al marito Gian Andrea, 85 anni, professore di filosofia in pensione, ha creato un piccolo presidio medico all’esterno della stazione di Trieste, offrendo una prima assistenza ai migranti che sono riusciti a varcare il confine italiano. Il loro impegno e quello dell’associazione che hanno costituito, Linea d’Ombra ODV, gli è costato un processo – ancora in corso – per favoreggiamento del soggiorno di migranti clandestini. “Noi andiamo avanti comunque. Anche durante il Covid abbiamo continuato a presentarci in piazza. Curiamo le ferite di queste persone, i loro piedi martoriati dal viaggio interminabile. È un gesto politico che si scontra con l’indifferenza di chi ci sta attorno”, raccontano i coniugi, che ogni giorno si presentano presso le panchine di Piazza della Libertà e si occupano di chi ha bisogno. Non ci sono strutture ad aiutarli, spiegano, ma volontari e associazioni da diverse parti d’Italia sono arrivate per dare un contributo. “C’è chi ci ha accusato di essere degli untori, ma è proprio il contrario: noi siamo di fatto un primo presidio medico. Controlliamo questi ragazzi, diamo loro le mascherine, abbiamo kit antigenici, misuriamo la febbre. E, in due anni, non abbiamo mai registrato nessuno con il Covid-19”. Non nascondono la rabbia e lo sconforto nel vedere “scorrere questo mare di umanità nella totale indifferenza delle persone. Non solo, la solidarietà viene persino criminalizzata. Ed è difficile pensare che cambierà qualcosa”.

Il mondo ebraico di dare un proprio contributo. Non solo in Italia, come dimostrano le immagini che arrivano dalla Gran Bretagna, dove è stata avviata una raccolta di beni di prima necessità. Operazione che ha ricevuto il plauso del rabbino capo britannico Rav Ephraim Mirvis. E altre iniziative sono in corso anche negli Stati Uniti.

Daniel Reichel

(Immagine, fonte ministero della Difesa)