Mission accomplished

Il ritiro del contingente militare americano dall’Afghanistan, negoziato e concordato a Doha, con gli accordi stipulati tra le parti in campo il 29 febbraio 2020, sta avvenendo – e quindi ultimando – nel peggiore dei modi possibili. Le modalità convulse sono evidenti a tutti, impietosamente raccontate dai mass media. Per inciso: ancora una volta sappiamo della tragedia nella quale un Paese è di nuovo sprofondato grazie ai mezzi di informazione. Quelle che ci giungono, infatti, sono le immagini che ancora possono essere inviate dall’aeroporto di Kabul. Poiché sappiamo poco o nulla del resto di un territorio che misura invece più di seicentocinquantamila chilometri quadrati (più di venti volte la dimensione d’Israele, oltre il doppio dell’Italia), privo di uno sbocco al mare, perlopiù montagnoso e dal terreno spesso secco, aspro e brullo, con alcuni rilevanti insediamenti urbani ma, soprattutto, per la gran parte restante, composto da una popolazione, che sfiora i trentanove milioni di individui, disseminata in aree rurali e semi-abitate. E sapremo sempre di meno quando il parapiglia, che ha trasformato quello che doveva essere un ordinato abbandono in un mucchio selvaggio, si sarà definitivamente concluso. A quel punto, la notte sarà completamente calata sull’Afghanistan. Un Paese che esiste sulle cartine geografiche, come nella giovane coscienza di una parte dei suoi cittadini (ora impietosamente abbandonati a se stessi), ma che per il resto rimane suddiviso in fedeltà claniche e in appartenenze tribali e di gruppo endogamico. Fin troppo facile (ma non per questo meno legittimo, beninteso) fare il processo non solo alle intenzioni ma soprattutto alle concrete azioni dei diversi protagonisti. Gli Stati Uniti di Joe Biden ne escono comunque con le ossa rotta: si tratta di un vero e proprio disastro politico, che avrà di certo riflessi nei tempi a venire. Le ragioni, al riguardo, sono molteplici: i peccati di superficialità e di inattendibilità nella gestione del ritiro delle truppe, altrimenti pattuito con il necessario anticipo, si sommano alla manifesta incapacità, di lungo corso, nel garantire alla ventennale missione un significato politico che non risulti troppo dannoso per l’immagine degli Stati Uniti. In altre parole, non avendo uno straccio di strategia rispetto alla gestione del da farsi, almeno un decoroso criterio per abbassare un pietoso sipario male non avrebbe fatto troppo male. Ed invece, le cose sono andate diversamente. Certo: le varianti che sono entrate in gioco erano molte e solo in parte prevedibili e pertanto gestibili anticipatamente. Non di meno, quando si abbandona un presidio militare – questo era il vero suggello della missione statunitense e di quella degli alleati occidentali, non altro – che durava da circa vent’anni, senza che i fin troppo generici obiettivi («esportare e insediare la democrazia») fossero stati in qualche modo raggiunti anche solo superficialmente, il danno di immagine, oltre che di sostanza, che ne deriva è pressoché certo. In quanto si passa, volenti o nolenti, non solo per incongrui (in politica un peccato mortale) ma anche per deboli e porosi (sempre in politica, è ancora peggio). Per le milizie talebane, invece, si è trattato di un successo immeritato, insperato ma comunque “graziosamente” conseguito sul campo, impiegando ben poco del loro pur non invincibile arsenale. (Per capirci: tagliagole e terroristi non sono mai invincibili, a meno che la nostra fragile fantasia non gli dia quello spazio che loro vanno cercando ossessivamente.) Oggi – invece – quelle medesime milizie si sono rafforzate grazie all’incetta di materiale abbandonato, soprattutto per parte del fantomatico “esercito” afghano, quest’ultimo addestrato e rimpinguato dai generosi contributi arrivati da Washington, per poi indecorosamente dissolversi come una sorta di nube purpurea. Un fatto, quest’ultimo, che ribadisce ancora di più quale sia il segno della debolezza occidentale. Tra le tante cose, per fare un minimo di regesto delle ragioni del fallimento, ci occorre riscontrare che la coalizione alleata tumultuosamente arrivata all’inizio degli anni Duemila, quindi insediatasi nelle aree urbane – quelle rurali e montuose, al pari di quanto era già capitato durante l’occupazione sovietica, rimangono imperscrutabili e spesso inaccessibili – è “piaciuta” a quegli afghani che cercano in se stessi in una qualche forma di modernità, mentre la parte restante delle popolazione è rimasta ancorata alle sue tradizioni; il coordinamento tra gli statunitensi e gli altri contingenti presenti ha funzionato senz’altro sul piano logistico ma non ha mai ricevuto le indicazioni, né quindi praticato, obiettivi che non fossero quelli del basso profilo (in questo caso, «esportare» aspetti del modello occidentale, come se si trattasse di un’opera di marketing politico, si è rivelata una impresa fallimentare); non di meno se, come le leadership americane hanno ripetutamente ribadito, in Afghanistan si trattava soprattutto di adoperarsi nella «lotta al terrore», la perplessità su una traiettoria di condotte che, dopo avere scalzato dal governo i talebani (2001) ora, a vent’anni trascorsi, riconsegna loro, chiavi in mano, il controllo del Paese, non può non uscirne rafforzata. Una tale “aspra confusione” è poi incentivata proprio dall’omessa gestione del transito dai presidi occidentali alla gestione afghana di una sovranità comunque incerta. Tutto si è infatti svolto all’insegna del più totale disordine, di uno scoordinamento incentivato e lievitato dall’incedere dei fatti, con azioni per nulla razionali né, tanto meno, concordate. Tra gli stessi alleati. Spiazzatisi vicendevolmente. Per l’appunto, si tratta di oro colato per le milizie islamiste. Le quali, non a caso, hanno già aperto più di un fronte competitivo al proprio interno, posto che il repentino e immotivato successo contro il «grande Satana», in sé estremamente appetitoso, si basa assai meno sulla loro forza che non molto di più sulla conclamata debolezza degli “occupanti”. Riguardo alla colpevole inconsistenza del governo di Kabul, e del suo fantomatico esercito, dissoltisi entrambi come neve al sole, non varrebbe neanche il soffermarsi se non per riconoscere che sono stati acceleratori della crisi già in atto da molto tempo. In Afghanistan, dove ad onore del vero tutti gli occidentali delle missioni militari intendevano comunque uscire da anni, posto il lunghissimo stallo al quale il Paese è rimasto consegnato per troppo tempo, le grandi vittime di questa caos totale sono quindi quei segmenti della società civile autoctona sui quali il ritorno dei gruppi fondamentalisti si abbatte come una successione di gragnole. L’effetto, già in corso, è di decapitarne le residue speranze e opportunità. Spesso anche le esistenze. Con un risultato di significativa retrocessione dell’intera collettività. Sugli effetti geopolitici, in parte già da adesso prevedibili, sarà il tempo a venire che potrà dirci qualcosa di maggiormente preciso. Che tristezza, allora, il celebrare il ventennale dell’11 settembre, quest’anno.

Claudio Vercelli

(29 agosto 2021)