La testimonianza a Pagine Ebraiche
‘Stavo per diventare terrorista talebano
Mi ha salvato la nonna, ebrea in segreto’

Il suo destino sembrava scritto: diventare un terrorista. Fin quando la nonna paterna gli ha aperto gli occhi: la tua strada, gli ha spiegato prendendolo un giorno da parte, non può né potrà mai essere quella. Quegli uomini sono barbari assassini. Quegli uomini hanno ucciso tuo padre.
Atai Walimohammad era un bambino come tanti nell’Afghanistan rurale, indottrinato fin da piccolo all’odio cieco verso tutto ciò che differiva dal credo talebano. Verso la scuola coranica e un centro di addestramento per kamikaze l’avevano spinto la madre e uno zio materno, un importante comandante del gruppo terroristico: per il suo avvenire sognavano una carriera da “martire”. Ben altro auspicava invece la nonna paterna. Un segreto inconfessabile, di cui il nipote era stato tenuto all’oscuro: pur convertita ufficialmente all’Islam, in segreto continuava a praticare gli antichi riti ebraici. Ebreo era quindi anche suo figlio, il padre di Walimohammad. Un medico e oppositore politico brutalmente massacrato dai talebani.
“Quel giorno – dice a Pagine Ebraiche – ha iniziato ad accendersi una luce. Mia nonna mi ha portato a visitare la tomba di mio padre. E poi mi ha aperto la porta della sua stanza, che mai avevo varcato. Al suo interno libri di ogni tipo, in moltissime lingue. Anche in caratteri ebraici. Mio padre era una persona colta”. Fino ad allora gli unici libri che Atai aveva sfogliato si riferivano al suo percorso di indottrinamento. “Una vera e propria scuola dell’odio. Israele, ci veniva insegnato, era il primo demone. Ebrei e cristiani – sottolinea – i nostri implacabili nemici”. Il suo compito era quello di costruire bombe, ordigni mortali.
Da quel mondo di orrore e violenza ha trovato la forza di sottrarsi, spalleggiato dalla nonna e da uno zio del ramo paterno. È stato lui – spiega Atai, che ha 25 anni e opera in Italia come interprete e mediatore culturale – a fargli scoprire il piacere e l’importanza della lettura. “I libri – si emoziona – mi hanno salvato dal buio. Ho passato intere giornate, h24, a leggere”.
Mosso da un incredibile coraggio, ancora adolescente, e in collaborazione con la sorella appena più grande di lui, ha aperto una scuola “laica”. E poi un laboratorio di cartapesta per fare delle sculture. La cosa, naturalmente, ai talebani non è andata a genio.
“Mi hanno accusato di essere una spia degli ‘infedeli’ e hanno anche cercato di uccidermi. C’è stato un attentato, due miei studenti sono morti in quell’attacco”, spiega Atai. A quel punto la decisione è apparsa inevitabile: fuggire. Con nel bagaglio un insegnamento prezioso che mai ha dimenticato: “L’istruzione è la migliore delle armi”.
Da Herat ha raggiunto clandestinamete l’Iran, dove è stato subito incarcerato perché non parlava farsi. “Il mio avvocato – spiega – voleva che confessassi di essere una spia. Mi diceva: ‘Confessa e poi ti libereranno’. Non gli ho mai creduto, per fortuna. Sulla faccia porto però ancora i segni dell’acido che mi hanno spruzzato durante gli interrogatori”.
La tappa successiva, raggiunta anch’essa avventurosamente, è stata la Turchia. Quindi l’ingresso sul suolo europeo in Grecia. Da lì è arrivato nel nostro Paese. L’italiano l’ha imparato in appena quattro mesi, durante il suo soggiorno in un centro di accoglienza. Un risultato straordinario, ma che non è frutto del caso. “Mia nonna me l’ha insegnato: col duro lavoro – afferma Atai – tutto è possibile”.
Un’altra cosa verso la quale l’ha spronato è stata la riconnessione con le proprie radici: “Lo scorso anno, a Monaco, ho conosciuto un soldato israeliano. Mi ha fatto dono di un’iscrizione con il mio nome in ebraico. Da allora – dice – siamo diventati grandi amici”. Aggiunge poi, pronto ad impegnarsi anche in questa sfida: “Vorrei approfondire ulteriormente il rapporto con questa cultura e tradizione che hanno significato qualcosa di rilevante per una parte della mia famiglia”.
La crisi di queste settimane lo angoscia: “Tutte le persone d’intelletto hanno lasciato o stanno cercando di lasciare il Paese. La cultura afghana sta per morire. E questo è straziante. Lo stesso vale per le donne. Bisogna cercare di fare il più possibile per aiutarle. Con i talebani al potere per loro non c’è più speranza”. Per dare forza a questa istanza, assieme alla sorella Alma autodidatta anche lei, ha fondato un’associazione: FAWN (Free Afghan Women Now).
Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked
(30 agosto 2021)