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La leggenda degli ebrei di Strasdenhof

Durante il periodo di occupazione militare tedesca della Lettonia, il Reich aprì un Campo di lavori forzati presso Strasdenhof (oggi Strazdumuiža, distretto di Riga), tecnicamente sub-Campo di Riga-Kaiserwald; operativo dai primi di agosto 1943, entro la fine del medesimo anno il Campo di Strasdenhof contava circa 1.200 ebrei provenienti dalle liquidazioni dei Ghetti di Vilnius e Riga.
A Strasdenhof la quindicenne ebrea lituana Mascha Rolnikaite alias Masha Rolnik (foto in basso) stese su due melodie a lei sconosciute due canti in lingua yiddish ossia Der Shtrasenhofer hymn e Sport; sopravvissuta alla distruzione fisica e culturale della Vilnius ebraica, sottoposta a brutali lavori forzati nel Lager, nel 1966 Masha Rolnik pubblicò il suo diario (morì il 7 aprile 2016 a S. Pietroburgo).
Riguardo allo Shtrasdenhofer hymn, la Rolnik scrisse: “la domenica lavoravamo mezza giornata, perciò nel pomeriggio eravamo liberi. Gli ebrei del Lager non riuscivano ad accettare l’idea che dovessero essere liberi, perciò marciavamo nel Lager cantando questo inno”; l’inno diceva “Siamo stati i padroni del mondo; ora siamo – e voi mi perdonerete – i pidocchi del mondo”.
Lo Shtrasdenhofer hymn fu registrato dalla cantante lituana Sarah Kogan ed è attualmente disponibile presso l’archivio fonografico della Ben Stonehill Collection (Università Ebraica di Gerusalemme); curiosamente, nel materiale audiovisivo della USC Foundation, il sopravvissuto ebreo lituano Esra Jurmann esegue una versione del canto in una tonalità di modo maggiore.
Testo e musica dei canti furono pubblicati dal poeta, scrittore e combattente ebreo lituano Shmerke Kaczerginski nel suo monumentale testamento musicale in lingua yiddish Lider in di getos un lagern (1948); in una tarda registrazione del suo periodo argentino altresì conservata presso la Ben Stonehill Collection, Kaczerginski esegue lo Shtrasdenhofer hymn in una tonalità di modo minore.
Sfortunatamente, Kaczerginski equivocò il nome del Lager identificandolo con quello di Strassenhof presso Vienna, destinato alla detenzione di 25.00 ebrei ungheresi colà stazionati grazie a un accordo tra enti umanitari ungheresi e Adolf Eichmann (pressoché tutti si salvarono); a ragione di tale equivoco, nella succitata registrazione Kaczerginski pronuncia “Strassenhof” anziché “Strasdenhof” mentre riporta l’identico errore nel testo musicale pubblicato nel suo libro, utilizzando nel testo e nella parolazione della melodia il termine yiddish “Shtrasnhof” (in caratteri ebraici).
Il canto esordisce con un inquietante distico: “Mir zaynen di shtrasdnhofer yidn/Dos “naye eyrope” boyen mir” ossia “Siamo gli ebrei di Strasdenhof/stiamo costruendo la Nuova Europa”.
La “Neue Europe” coincideva con la visione continentale e ideologica del Reich dai Pirenei al Caucaso; ma nel testo intonato a gran voce e spronato a passo di marcia dagli ebrei di Strasdenhof, la Neue Europe veniva letteralmente liquefatta, polverizzata a ritmo di musica e ironia nonché da un trimillenario senso profetico degli eventi bellici che proprio alla fine del 1943 segnavano irreversibilmente la debacle militare e strategica del Reich e dei suoi “neo-europeistici” deliri.
Gli ebrei – e non altri – stavano letteralmente distruggendo dall’interno il regime nazionalsocialista, a costo della propria vita; a ciò si riferiva la “costruzione” invocata dall’inno di Strasdenhof.
Si può costruire qualcosa di nuovo su pilastri e fondamenta millenarie; ma è più facile che un ebreo pianti nuovissimi pilastri e fondamenta sulle quali ricostruirà case e città secolari se non addirittura un’Europa multimillenaria che un giorno si scoprirà molto più ebraica di quanto si possa immaginare.
Da Strasdenhof degli ebrei che marciarono nel Lager a Ventotene del Manifesto sino a Ravensbrück del monumentale inno Žalm vdov po národních zen mučednících r.1945 v Ravensbrücku scritto da Ludmila Peškařová, uomini e donne guardarono a una Europa che non sarebbe propriamente rinata da Norimberga ma da grandi biblioteche, da culture diverse e solidali in una visione antropocentrica capace di far risorgere un intero continente dalle macerie della Guerra.
Le cose non andarono esattamente così ma nulla vieta di tentare un ennesimo, gigantesco sforzo; utopia, sogno a occhi aperti, leggenda?
La leggenda è la strada che collega la fantasia alla storia; se qualcosa diventa fantasia o storia, non dipende dalla cosa in sé ma dalla direzione che intendiamo prendere su quella strada.
Gli ebrei di Strasdenhof, come riferisce Masha Rolnik, marciarono nella direzione della Storia.
La musica scritta in deportazione, internamento, prigionia civile o militare non è né storia né fantasia; è esattamente la strada che separa e unisce entrambe.
Come gli ebrei di Strasdenhof, ormai questa musica è leggenda.

Francesco Lotoro