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“Con l’Italia una profonda amicizia,
ma nelle sedi Onu serve una svolta”

È stato un anno molto complesso a causa della pandemia. Un anno in cui la collaborazione tra Italia e Israele si è rafforzata, con una profonda sinergia tra i due paesi, come spiega a Pagine Ebraiche l’ambasciatore d’Israele a Roma Dror Eydar. La vigilia del nuovo anno ebraico è l’occasione per fare assieme al diplomatico israeliano un primo bilancio della sua esperienza in Italia, iniziata nel settembre 2019.

Siamo alla vigilia di Rosh HaShanah, come valuta l’anno appena trascorso?
Abbiamo avuto un anno molto complesso, con il mondo segnato dalla pandemia. Con la consapevolezza di dover convivere ancora a lungo con il virus, da Roma a Gerusalemme. Per noi in Israele c’è stata anche la guerra contro l’organizzazione terroristico terroristica di Hamas. Io ero in quel periodo lì e dovevo prendere mia figlia piccola dall’asilo, mentre i terroristi palestinesi ci sparavano razzi. Un momento drammatico. Poi abbiamo avuto il tragico incidente della funivia del Mottarone, con una famiglia distrutta e le nostre speranze riposte nel piccolo Eitan. Un dolore enorme.
Ma ci sono stati anche momenti positivi. Siamo riusciti ad organizzare un evento storico per commemorare i 101 anni dalla conferenza di Sanremo del 1920, in cui si riconosceva agli ebrei il diritto a fondare un focolare nazionale presso la loro antica terra. È andato in diretta sulla televisione pubblica italiana ed è stato diffuso anche su canali internazionali. Un’opportunità importante per ricordare a tutto il mondo i nostri diritti sulla nostra terra, la Terra d’Israele. Rispetto alla lotta alla pandemia, siamo riusciti a portare una delegazione medica dall’ospedale Sheba Medical Center in Italia. Dottori e infermieri israeliani sono venuti ad aiutare il popolo italiano. E in particolare il Piemonte, lavorando spalla a spalla con i medici dell’ospedale di Verduno. Una collaborazione segno di grande speranza. Una speranza che portiamo con noi anche per il nuovo anno.

Il suo mandato a Roma, iniziato due anni fa, è stato segnato dalla pandemia. Come ha vissuto questo periodo? Quali collaborazioni sono state messe in piedi nella lotta al Covid-19 tra Italia e Israele? Ci sono progetti futuri in merito?
A cadenza settimanale abbiamo scambiato, tramite le ambasciate e altri canali, informazioni, ricerche, idee sulla pandemia e la lotta contro il virus. È stato firmato un accordo tra l’Istituto Israeliano di Ricerca Biologica e l’ospedale Careggi di Firenze per sviluppare una cura contro il Covid-19. Abbiamo contribuito a far arrivare all’ospedale di Savona un macchinario per la sanificazione delle mani. Abbiamo portato la delegazione medica a Verduno. E organizzato tanti webinar con esperti israeliani che hanno parlato a sindaci, presidenti di regioni, ministri, personale medico di tutta Italia. C’è stato anche un recente incontro con il ministro della Salute Roberto Speranza in cui abbiamo presentato i dati sulla terza dose di vaccino, alcuni nuovi strumenti diagnostici ideati in Israele per il Covid-19, così come una fotografia di come è stata gestita la riapertura delle scuole. In Israele l’anno scolastico è infatti iniziato il Primo settembre: come è stato gestito interessa molto l’Italia e non solo.

In generale, come giudica i rapporti tra Italia e Israele?
Storicamente i rapporti tra i nostri paesi sono molto forti. E hanno un’origine che possiamo far risalire all’unità d’Italia. Intellettuali ebrei di tutta Europa si ispirarono al Risorgimento italiano e all’unificazione, sperando di poterne seguire le orme. E cito a titolo di esempio Moses Hess che nel 1861 pubblicò il monumentale Roma e Gerusalemme: 9 anni prima della presa di Roma, scrisse che con la liberazione della Città eterna sul fiume Tevere sarebbe iniziata la liberazione della Città eterna sul monte Moriah. E con la rinascita dell’Italia inizierà la rinascita di Giudea. Una profezia che si è avverata. Ma dobbiamo anche ricordare la Conferenza di Sanremo, con l’Italia palcoscenico della nascita di quell’embrione che crescerà fino a diventare lo Stato d’Israele. Certo non dimentico le pagine nere, il fascismo, le leggi razziali. Ma dopo la guerra c’è stata un nuovo segno di speranza, dalle coste della Liguria sono partite verso Eretz Israel tante navi italiane con un carico a noi molto caro: i nostri fratelli e le nostre sorelle sopravvissuti alla Shoah. Ci sono quindi molti intrecci nel passato.

E oggi qual è la situazione?
Italia e Israele collaborano in molti settori, anche i più strategici. Nel giugno scorso, ad esempio, ho visitato Amendola per presenziare ad un esercitazione congiunta tra piloti militari israeliani e italiani. E gli ufficiali israeliani si sono molto complimentati per l’accoglienza a loro riservata. Una dimostrazione di una stretta sinergia, che esiste anche nell’agricoltura, nella sanità, nella cybersecurity, nella ricerca scientifica, cultura e nell’Università. E tanto altro. Non è un segreto che l’Italia è il paese preferito dagli israeliani. Il quadro quindi è molto positivo e la collaborazione migliora di anno in anno.

Ci sono invece delle criticità? Ad esempio sulle posizioni italiane in politica estera?
Sì. Non possiamo evitare di parlare del grande gap che c’è tra l’amicizia profonda tra i due popoli e i due paesi e il comportamento dell’Italia nell’arena internazionale, a cominciare dall’Onu. Un teatro dell’assurdo che ogni anno vota almeno venti risoluzioni anti-israeliane. Noi non capiamo, in Israele, perché l’Italia continui ad astenersi e non voti contro queste risoluzioni. Come nel caso dell’ultimo conflitto: dopo che sono stati lanciati da Hamas oltre 4000 missili contro la popolazione israeliana, il Consiglio dei diritti umani ha votato per indagare i presunti crimini di guerra d’Israele. Incredibile. E cosa ha fatto l’Italia? Si è astenuta.

È un tema di cui più volte ha parlato nelle audizioni parlamentari. Qual è stata la reazione della politica italiana?
Alla commissione esteri del Senato ho spiegato che questo atteggiamento mi ricorda una passo del Terzo canto dell’Inferno di Dante: “Coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”. Gli ignavi, che non meritano nemmeno di entrare all’Inferno, perché non hanno mai preso posizione. La risposta del capo della commissione è stata però che lui non sostiene né Israele né Hamas, perché lui è contro la violenza. Ma non è possibile. E come dire che durante la seconda guerra mondiale uno poteva non prendere posizione tra gli alleati e i nazifascisti perché era contro la violenza in generale. Un’assurdità. Ricordo che Hamas è un’organizzazione terroristica, che l’Europa la riconosce come tale, che nello statuto – che noi abbiamo tradotto in italiano – enuncia due principi: l’impegno totale per la completa distruzione dello Stato ebraico, la promessa di uccidere ogni ebreo, ovunque si trovi. Non può quindi esserci equidistanza. E noi ci aspettiamo dalla nostra grande amica Italia sostegno anche nell’arena internazionale.

A proposito di prese di posizione, l’Italia non ha ancora dichiarato se parteciperà o meno alla Conferenza di Durban. Ha avuto segnali dal governo in merito? Perché è importante che l’Italia segua l’esempio di Stati Uniti e di alcuni paesi europei e non si presenti a Durban?
Perché Durban rappresenta il nuovo antisemitismo. Uno spazio in cui vent’anni fa si diceva di essere a favore dei diritti umani, ma in realtà si propugnava l’odio contro Israele, si contestava l’esistenza stessa dello Stato ebraico, si rifiutava agli ebrei il diritto ad avere una nazione come gli altri popoli. Durban non è una conferenza in cui si può discutere e parlare. È un reattore nucleare dell’antisemitismo in tutto il mondo e per questo ci aspettiamo che l’Italia segua Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania e dichiari che non parteciperà. Ogni persona e paese con principi e valori si deve tenere lontano da quella Conferenza.

Nelle diverse audizioni parlamentari, lei ha ribadito alla politica italiana che l’Iran è un pericolo per Israele come per tutte le democrazie. Pensa ci sia una maggior consapevolezza a riguardo, anche alla luce dell’elezioni di un estremista come Raisi?
Le stesse parole che abbiamo sentito durante il nazismo in tedesco, oggi le sentiamo in persiano. L’Iran dichiara continuamente di voler sterminare il popolo ebraico. E il mondo, come negli anni ’30, non comprende che l’odio contro gli ebrei e contro lo Stato ebraico è una cartina di torna sole per il futuro: quando veniamo attaccati noi, poi vengono colpite tutte le democrazie. La minaccia iraniana non è solo un pericolo per Israele, che però grazie a Dio ha tutti gli strumenti per difendersi, ma per tutto l’Occidente. Veramente gli occidentali pensano che questo regime terrorista, intriso di islamismo radicale, rimarrà solo in Medio Oriente? Perché allora sviluppano missili in grado di colpire l’Europa? Come ha potuto un rappresentante europeo sedersi alla cerimonia di insediamento di Raisi, il Macellaio di Teheran responsabile della morte di migliaia di persone? Con accanto tra l’altro tutti gli esponenti dei movimenti terroristici islamici del mondo. Le campanelle di allarme stanno suonando, noi in Israele siamo pronti, ma non possiamo dire lo stesso dell’Europa.

Sul tema dei rapporti con i palestinesi, lei ha più volte ricordato che un dialogo non è possibile se non c’è un riconoscimento da parte dell’autorità palestinese del diritto di Israele ad esistere. È una posizione recepita dalla politica italiana?
C’è molta confusione. Non si può ad esempio pensare che Hamas e l’Autorità nazionale palestinese siano la stessa cosa. Israele collabora con l’Anp per la sua stessa sicurezza e la aiuta a contrastare Hamas. Non dimentichiamo che il movimento terroristico quando ha preso il potere a Gaza nel 2007 ha ucciso i rappresenti dell’Anp. Quando si parla dei palestinesi bisogna quindi fare delle distinzioni, anche se poi gli stessi palestinesi hanno le idee confuse. Come l’ambasciatrice di Ramallah qui a Roma che ha difeso i razzi di Hamas contro Israele nell’ultimo conflitto. Una bella ipocrisia: uniti solo per attaccare lo Stato ebraico. In ogni caso quello che chiedo anche ai rappresentati italiani è una cosa: di dirmi quali sono le richieste definitive dei palestinesi, soddisfatte le quali loro saranno disposti a dichiarare concluso il conflitto e terminate le rivendicazioni. Il fatto è che nessuno lo sa. E c’è un motivo, non credo che si vorranno mai fermare a uno stato palestinese di fianco a uno stato israeliano. Non dimentichiamo cosa dice la carta nazionale palestinese, che non riconosce agli ebrei il diritto a una propria nazione, a un proprio Stato.

Parlando invece dei legami con la Diaspora, qual è la sua esperienza con la realtà ebraica italiana?
Ottima. È incredibile la storia di questo profondo legame tra l’Italia e gli ebrei. Tra Roma e gli ebrei, che possono rivendicare una presenza millenaria e, risalendo lungo le generazioni, definirsi i romani più antichi di Roma. Sono veramente felice di essere il rappresentante dello Stato ebraico in questa terra. Il nostro impegno è quello di sostenere, difendere, venire in soccorso di tutti gli ebrei ovunque si trovino. E di combattere al loro fianco l’antisemitismo. Devo dire che per fortuna in Italia la situazione è molte meno difficile rispetto ad altri paesi vicini. Qui però ho imparato a comprendere meglio le sfumature del veleno antisemita. Venendo da Israele, alcune cose non siamo più abituati a riconoscerle e invece qui ho affinato nuovamente le mie percezioni.

Nel mondo ebraico italiano c’è un dibattito interno che dura da tempo: si può o meno criticare Israele, considerando il rischio di essere poi strumentalizzati da chi odia il paese. Lei cosa ne pensa?
C’è una grande differenza tra la critica e la delegittimazione. Criticare è una cosa necessaria per migliorare la società, per riparare ai fallimenti dello Stato. Ogni democrazia ha bisogno e deve ricevere critiche. Fa inoltre parte della nostra tradizione: ogni pagina del Talmud ha tante opinioni, il nostro primo padre Abramo si è messo a discutere con Dio sul destino di Sodoma. Abbiamo discusso lungo tutto la nostra storia per cui possiamo tranquillamente continuare a farlo, non c’è problema. Due ebrei, non tre, dieci opinioni. Ma di questa dialettica non fa parte la delegittimazione dell’esistenza dello Stato ebraico. Perché in questo caso si tratta di negare il nostro stesso diritto di vivere. E questo non lo permetteremo.

Con la speranza che si ritorni alla normalità, qual è il suo pensiero per il 5782?
C’è un Pyut che recitiamo in sinagoga per Rosh HaShanah che mi sembra appropriato ricordare. Lo cantava anche il mio compianto padre, cantore nella nostra sinagoga. È stato scritto nel tredicesimo secolo dal rabbino cabalista Avraham Hazan Girundi. Si intitola Achot Ktana, la piccola sorella. Fa riferimento al popolo ebraico, ma in questo momento per me tutto il mondo, segnato dalla pandemia, è una piccola sorella. Tutti noi diventiamo come la piccola sorella e preghiamo per la misericordia. “La piccola sorella dispone le sue preghiere / evoca le sue lodi / o Signore, guariscila dai suoi mali. / E termini l’anno con le sue maledizioni / Inizi l’anno con le sue benedizioni”. Amen.