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Il crollo di Kabul
e quella data che non ricordiamo

Il numero di settembre di Pagine Ebraiche in distribuzione è interamente dedicato a una ricognizione dell’anno ebraico 5781 che si concluderà stasera attraverso l’ormai tradizionale speciale “Fatti e persone” curato da Daniel Reichel con il contributo di tutta la redazione.
Pubblichiamo di seguito la riflessione di apertura dello storico sociale delle idee David Bidussa.

Nel tempo dei bilanci che si sta aprendo sarebbe opportuno trovare il modo di ripercorrere due scene.
La prima ci riguarda ora e la esaurisco subito. Appena Kabul è caduta si è parlato di elenchi di donne nubili in mano ai talebani. Donne di cui appropriarsi. La scena è l’Afghanistan. Che cosa non ha funzionato e che cosa abbiamo fatto finta di dirci in questi venti anni? Non solo negli Stati Uniti, ma anche noi qui. Molti incolpano Biden (immancabilmente Obama). Gilles Kepel (Il ritorno del profeta, Feltrinelli 2021) invita noi europei a farci un esame serio senza scantonare. Ci sarà sicuramente tempo per parlarne.
Vorrei concentrarmi, invece, sulla seconda scena. Il 18 agosto 2015 a Palmira, Khaled al-Asaad, l’archeologo, custode di Palmira, subisce tortura, è ucciso, decapitato e “mostrato al mondo” nella violazione del suo corpo. Quell’immagine non è entrata nella memoria collettiva.
Vorrei ricordarlo qui. Perché nelle prossime settimane, indipendentemente dall’anniversario, che comunque non è mai entrato nella nostra ritualità pubblica, quella scena forse tornerà a parlare al tempo presente per i fatti di cronaca che ci stanno arrivando da Kabul. Temo che se accadrà molti sceglieranno il lato meno problematico. Per questo insisto a riflettere su questa seconda scena.
Mi spiego.
Quando Daesh decide di uccidere Khaled al-Asaad non lo fa solo per una dimensione totalitaria che la caratterizza. Certo quel fattore conta, ma non è essenziale. Sceglie di violare Palmira e di mostrare il corpo di Kaled al-Asaad per un fine preciso.
Palmira, infatti, non è solo un bene culturale dell’umanità che il fanatismo ha tentato di violare ed è quasi riuscito completamente a distruggere. Palmira è un simbolo che è radicalmente alternativo a Daesh e, nel tempo dei sovranismi, decisamente inviso e indigeribile a molti, anche qua, dalle nostre parti.
Lo è per molti tratti: per la sua storia; per la sua costruzione, per la lingua che circolava nelle sue vie in antichità, l’aramaico, una lingua che non è di nessuna nazione, ma che vive dell’intreccio e della capacità di tenere insieme più lingue e più saperi, e per questa via fondare un sapere che funziona da crocevia. L’aramaico non era la testimonianza del compromesso, e dunque della rinuncia, al contrario era la testimonianza del “meticciato” come luogo di produzione di sapere aumentato.
Per questo Daesh voleva distruggerla. In questo senso la distruzione non totale di Palmira e l’uccisione di Khaled al-Asaad non sono la ripetizione di ciò che, per esempio, è avvenuto nel marzo 2001 a Bamiyan, quando i talebani afghani fanno fatto esplodere le statue del Buddha.
L’uccisione di Khaled al-Asaad ha un significato più radicale.
Palmira non è solo un luogo degno di rispetto e Khaled al-Asaad un intellettuale operoso. Palmira è soprattutto un simbolo, di «saggezza meticcia». Ovvero: cultura che si costruisce per incroci, sovrapposizioni, ibridazioni. Una cultura che non è “figlia di un dio minore”, ma che è “di più”. E Khaled al-Asaad con il suo operato quel tratto voleva esaltare.
È importante ricordare che non esistono nella storia culture pure e che non hanno mai tradito il loro codice originario. Le culture, quelle che sopravvivono nel tempo, sono sempre il risultato e l’effetto di prestiti: danno ad altri ma soprattutto si mantengono nel tempo perché da altri catturano cose.
Cultura viva significa prendere atto che ogni cultura non è mai uguale a se stessa, ma è significativamente se stessa se continuamente ripensa, modifica, assume risorse, concetti, fondamenti che arrivano da altre parti. Una cultura è viva come conseguenza di questo processo di costante mescolamento e di ibridazione, perfino con quelle culture con cui pure è in aspro conflitto.
Palmira era esattamente la testimonianza e la memoria di questo processo: un luogo che nel tempo produce meticciato culturale; il segno dell’intercultura, più che della multicultura. Per questo Daesh voleva distruggerla.
Proprio per questa sua natura interculturale, nel profilo nazionalista che domina il nostro linguaggio anche lontano da Palmira, in quello che chiamiamo “mondo libero” quella data non è entrata nel nostro calendario civile.

David Bidussa – Dossier “Fatti e persone” (Pagine Ebraiche settembre 2021)

(Nelle immagini: un’esplosione a Kabul; Khaled al-Asaad, il custode di Palmira)

(6 settembre 2021)