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Italia, Israele e l’identità

Il sionismo, nel tempo, ha dato un focolare nazionale al popolo ebraico, ma non era nato “contro” la diaspora. Si può continuare ad essere buoni ebrei in golà, ma si può scegliere anche l’opzione Israele. Il sionismo non è quindi la soluzione del problema identitario ebraico, visto che anche solo teoricamente si può passare da ebrei minoranza in Italia o negli Stati Uniti ad ebrei minoranza in Israele.
Ebrei ed israeliani saranno o potrebbero essere sempre più distanti fra loro, ognuno con le proprie diversità ed identità. Ed è giusto così, come lo è per qualsiasi altra religione e/o popolo che sia. Am Israel (popolo ebraico) ed am israelì (popolo israeliano) non sono e non saranno mai la stessa cosa. L’ebraismo della diaspora ha sempre rivendicato quella “doppia identità” che permette di identificarsi contemporaneamente e pariteticamente in due Nazioni, ad esempio Italia ed Israele. Un ebreo italiano è libero di sentirsi più vicino all’Italia o ad Israele a seconda delle situazioni o dei momenti, senza rimorsi di alcun genere. Si può essere buoni italiani, scegliendo di non fare il militare in Italia, ma in Israele. Si può contemporaneamente sentirsi parte di am Israel, ma anche di un altro popolo. È così molto spesso. Ma se questo vale per noi, dovrà valere anche per le minoranze non ebraiche in Israele, magari leali con il Paese in cui vivono, ma non necessariamente pronte ad arruolarsi o tifare per la squadra nazionale, anziché un’altra. Un arabo israeliano può vincere una medaglia alle Olimpiadi, dando lustro ad Israele, ma non voler fare il militare. Può fare egregiamente il proprio mestiere di medico al pronto soccorso, ma non sentire il dovere di fare il militare. Ed aggiungo: siamo sicuri che l’Hatikwà, l’inno nazione e la bandiera d’Israele, siano idonei per tutti i suoi cittadini, ebrei e non? Non sono così convinto.
Le conclusioni, forse banali e retoriche, sono che l’identità è personale e complessa: ognuno ha la propria e non ne esiste una collettiva, anzi, ebrei ed israeliani, residenti ovunque, avranno identità sempre diverse fra loro. Un ebreo a Roma avrà gli stessi problemi identitari di un arabo a Tel Aviv, ma anche di un altro ebreo non religioso vicino ad un suo connazionale religioso.
Il sionismo ha risolto un problema, ma in Israele ne ha aperti altri. Ognuno vi vivrà con la propria identità che non coinciderà con quella del popolo israeliano, che avrà i suoi ebrei nelle sue varianti di kippot, i suoi “civili” ed i suoi cittadini di minoranza o meno di altre religioni.
Da ebreo italiano od italiano ebreo ad ebreo israeliano o israeliano ebreo, il passo è breve e la differenza è nulla e gli ebrei saranno o potrebbero tornare ad essere minoranza.
E allora? “Naasè ve nishmà” “Faremo ed ascolteremo”. Intanto facciamo l’aliyà, poi saranno i nostri figli a risolvere i problemi identitari degli ebrei in Israele. Nel frattempo la diaspora diventerà sempre meno rilevante qualitativamente e numericamente. Questa è la tendenza, a mio modesto parere.

Dario Coen

(6 settembre 2021)