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Il diavolo e i coperchi

Dopo il talebani, assisteremo anche al ritorno dell’ISIS? Daesh, o Islamic State (al-Dawla al-Islāmiyya fī l-ʿIrāq wa l-Shām, ossia Dāʿish o Daesh), tradotto in italiano come Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Islamic State of Iraq and Syria, ISIS) o Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Islamic State of Iraq and the Levant, ISIL), in quanto organizzazione militare jihadista di osservanza salafita e movimento terroristico, è il prodotto della confluenza di molteplici elementi. Dopo essere entrato in apnea con il 2017, a seguito dei rovesci subiti sui campi di battaglia siro-iracheni, e quindi incapace di garantire continuità al suo progetto di «califfato», tuttavia non è per nulla scomparso dal proscenio pubblico. Con la vittoria talebana in Afghanistan, la componente del Khorasan (ISIL-KP o ISKP), pare essere destinata a giocare un nuovo ruolo, rimettendo in fibrillazione il Medio Oriente e parte del Sahel. I membri dell’organizzazione, infatti, sono in un rapporto di competizione conflittuale con i nuovi padroni di Kabul. Si può stare certi che dinanzi ad una preda così importante come l’Afghanistan, daranno di nuovo fiato alle loro trombe di guerra, adoperandosi per colpire obiettivi occidentali, nel mentre contemporaneamente cercheranno di inserirsi all’interno dei delicati equilibri del potere talebano. Peraltro, mentre il modello dell’«emirato», per come è formulato dagli «studenti coranici», presuppone una solida base territoriale, sulla quale esercitare una specifica sovranità, il ritorno in auge delle suggestioni del «califfato», inteso come una sorta di spazio politico senza confini, destinato a coincidere con l’intero pianeta, costituisce un elemento di grandissima frizione tra le due organizzazione. L’ISIL-KP torna quindi ad occupare una parte del proscenio pubblico, giocando anche sulle tensioni interetniche che già da adesso pesano sulla stabilizzazione politica e civile del Paese nonché sulla composizione delle milizie al potere, ben lontane dall’essere un esercito, assomigliando piuttosto ad una composita struttura paramilitare. Nel mentre ci si concentra sulle dinamiche interne ai talebani, bisognerà quindi interrogarsi anche su ciò che avviene al di fuori di essi, nel pulviscolo organizzativo che si accompagna al loro tentativo di egemonizzare integralmente la vittoria conseguita nel mese di agosto imponendo il coperchio su una pentola che rimane in ebollizione. Barbarico nelle condotte, l’ISIS/ISIL-KP è invece moderno nella conduzione della guerra di guerriglia e nella sua mediatizzazione, la procedura con la quale comunica, inflazionandone e colonizzando il nostro immaginario, la sua identità “militante” e militare. La concezione che presiede al suo agire è quella della guerra civile permanente, una “creazione” occidentale, se vogliamo ragionare in termini di bipolarismo geopolitico. La prima metà del Novecento (quanto meno dal 1914 al 1945), infatti, è stata attraversata, in tutto il corpo del Continente europeo, dal susseguirsi di una pluralità di conflitti armati. La persistenza e la brutalità delle violenze, sia pure manifestate in forme e modalità diverse all’interno dell’arco di tempo intercorso tra i due estremi costituiti dalle guerre mondiali, sono il nocciolo del dispiegarsi di quel composito fenomeno politico che chiamiamo «totalitarismo». Qualcosa di simile, almeno per alcuni aspetti, sta avvenendo in campo jihadista, dove le organizzazioni tra di loro in competizione si muovono in una sorta di moto pendolare per il quale certune cercano un completo e definitivo radicamento territoriale mentre altre prediligono la movimentazione spaziale più estrema. La forza aggiuntiva del cosiddetto «Stato islamico» sta ancora oggi nella sua più completa integrazione all’interno dei circuiti della comunicazione virtuale. Una sorta di radicalismo islamista 2.0, se non oltre. Non è un caso, quindi, se la capacità di richiamo che esso ha esercitato sia stata rapportabile e proporzionabile anche e soprattutto alla sua continua esposizione sui media. Almeno per alcuni aspetti, a partire dall’attrazione che il ricorso alla gratuita e compiaciuta brutalità esercita su alcuni “spettatori” ma, soprattutto, in ragione dell’appello alla mobilitazione permanente. Dopo di che, il vero movimento che sta cercando ancora di esercitare non è la venuta verso l’Occidente bensì, in esatta antitesi, il travaso di elementi (cose, persone, risorse ma anche simboli ed immagini) verso l’Oriente arabo e musulmano. Il già noto fenomeno dei «foreign fighters» si inscrive in questa logica. Anche per tale ragione la lettura del jihadismo e del radicalismo in chiave univoca rischia di risultare fuorviante. L’univocità sta, ad esempio, nello stabilire un nesso diretto, ed apparentemente esaustivo, tra radicalizzazione di coloro che scelgono la lotta armata e loro marginalità sociale, quasi che si trattasse di un’equazione sempre e comunque valida. Si tratta, invece, di un facile e banale sociologismo. Chi subisce, nelle infinite periferie dei nostri paesi, come in quelli dell’area mediterranea e mediorientale, gli effetti dei processi di subalternità che derivano dalle asimmetrie economiche, culturali e sociali, non è immediatamente candidabile alla milizia in armi. In altre parole, non è un cadetto del terrorismo. Semmai spesso rivela una pervicace determinazione a resistere alle difficoltà date con strategie di adattamento mobili. Comunque, quasi sempre all’interno di una cornice che è quella assegnatagli dalla società ospite. Il richiamo del radicalismo, senz’altro diffuso tra gli strati della società meno abbienti, è un fattore di auto-valorizzazione identitaria per alcuni giovani, ma non si può dire che al momento abbia posto le premesse per drastici rivolgimenti negli equilibri dei nostri paesi. Mentre si inserisce appieno dentro le dinamiche di quelle società che, nel loro insieme, hanno conosciuto una sorta di mancato sviluppo economico, civile e sociale. L’Afghanistan di questi ultimi vent’anni ne è un esempio, tuttavia a patto che si colga la rilevanza, in questo specifico caso, della frattura tra le aree urbane e quelle rurali. La separazione delle une dalle altre, il fatto che nessuna piena sovranità sia stata esercitata dalle diverse autorità nazionali che si sono susseguite se non nelle città, la crescita dei talebani come soggetto politico e militare che ha riannodato la tradizione delle immense campagne, delle valli e delle montagne con un conservatorismo ideologico capace di giocare tra le faglie di rottura interetnica, sono elementi decisivi nella valutazione del quadro che si è ora definito con l’ingresso degli islamisti a Kabul. Non di meno, pur non disponendo di dati statistici irrefutabili, è da molto tempo che chi studia il fenomeno del jihadismo mette in rilievo come le élite e i corpi intermedi delle milizie, al pari di una parte dei militanti più motivati, non siano composti da disadattati di varia umanità, e neanche necessariamente dal cosiddetto “sottoproletariato”, bensì da elementi delle classi medie e medio-alte. Le leadership di al-Qaeda, di Daesh, dei talebani sono comunque il prodotto di una selezione culturale che si riflette poi nelle dinamiche politiche dei rispettivi movimenti di riferimento. La stessa ossatura militare sia degli islamisti dell’ISIL-KP che dei talebani, ovvero quella che esprime il know-how operativo, senza il quale le milizie da sé combinerebbero ben poco, deriva spesso da soggetti che sono transitati dagli eserciti regolari al servizio di questi nuovi padroni. La filiera della struttura organizzativa è quella di una moderna organizzazione di guerriglia permanente. Rispetto poi ai nostri paesi, se spostiamo il fuoco dell’attenzione sull’Occidente, tre ordini di considerazioni si impongono, a partire dalle quali argomentare una risposta che non sia la capricciosa e insistita ripetizione dei vecchi moduli mentali (a partire dall’accettazione indiscriminata o dal rifiuto generalizzato della presenza immigratoria, quest’ultima intesa come veicolo di diffusione del radicalismo). Il primo punto è che ci troviamo dinanzi ad un fenomeno che, a ricalco di quanto avviene nelle nostre società, segna una sorta di sordo conflitto intergenerazionale. Sono infatti i giovani di seconda o terza generazione a rivelarsi maggiormente proclivi, nell’Islam europeo, ai richiami estremistici. Poiché li vivono non come il riscontro di una «tradizione», da essi altrimenti giudicata come fallimentare, bensì semmai come la sua negazione. Presentandosi sotto la fallace ma promettente immagine di “religione degli oppressi” il radicalismo islamista dichiara non solo inefficaci ma addirittura falsi gli assunti della religiosità tradizionalista, intesa in quanto vero e proprio “oppio per i popoli”, anzi, per la «Umma universale». Del dettato coranico, infatti, prende solo quello che gli può interessare, abrogando di fatto l’intera intelaiatura teologica e il pluralismo delle correnti, l’una e le altre dichiarate impure e deleterie. L’Islam non è più storicità ma una sorta di ossatura ideologica elementare, come tale assimilabile (e adattabile) ad una molteplicità di situazioni. La semplificazione banalizzante gioca sui giovani un potere di attrazione che le famiglie d’origine non esercitano più da tempo, se mai l’hanno avuto, offrendo inoltre un orizzonte di senso basato sul messianesimo politico. Il radicalismo è moderno anche perché coniuga gli effetti di un urbanesimo accelerato, di una scolarizzazione sfiancata con la crisi dei sistemi di integrazione sociale, offrendo una via d’uscita dai dilemmi del presente basata sulla mitologia dell’impegno estremo, quello comportato dal sacrificio di sé (e degli altri). In questo, e per tale ragione, è un fondamentalismo totalitarista. Il secondo punto rimanda al fatto che i processi di secolarizzazione, in Europa, segnalano profonde difficoltà e stanno scontando un arretramento corposo. Poiché non trovano un corrispettivo, altrimenti indispensabile, in quella mobilità sociale (la possibilità di migliorare la propria condizione professionale, economica ma anche di status) che nell’intero Continente è decaduta oramai da tempo. Dinanzi alla crisi radicale di quest’attesa – la promessa che un mondo migliore verrà grazie ai sacrifici nel presente – e al suo sostituirsi con una esistenza senza particolari prospettive, perlopiù atomizzata, molecolare, individualista, i richiami ad un’esistenza piena di presunti valori, quelli della militanza senza negoziazione, del conflitto a somma zero (“fuori tu oppure fuori io, poiché non c’è spazio per entrambi”), della prevaricazione come auto-affermazione, possono risultare accattivanti. Non per tutti, sia ben chiaro. Ma senz’altro per un numero sufficiente di individui tali da arrecare danno ad intere collettività. Un ultimo elemento è il fenomeno, culturalmente trasversale, dei “rinati” o dei «born again», coloro che vengono fulminati sulla strada di Damasco (è il caso di dirlo, con un minimo di ironia, per quanto la si possa concedere a questi argomenti) da una visione irriducibile a qualsiasi argomento razionale che non collimi con essa. Nel caso del radicalismo islamista un indice importate è quello dei non musulmani (d’origine), o di quanto provengono da famiglie tiepide, che non hanno valorizzato la religione come esclusivo fattore identitario: la loro accettazione della «via del Jihad» indica come la radicalizzazione sia un processo sociale composito, dove entrano in gioco un insieme di elementi, non solo di ordine economico ma anche legati alla sfera simbolica e culturale. Un fatto, quest’ultimo, che ci segnala quanto il fenomeno sia ben lungi dall’essere occasionale, trattandosi di un processo con il quale dovremo continuare a confrontarci nei tempi a venire. L’Afghanistan è un transito di questo percorso, non solo incerto ed accidentato ma costellato di variabili solo in parte ponderabili e computabili. Il fallimento della missione occidentale nel Paese, infatti, ci dice anche quanto siano fragili, oltreché onerose, le scorciatoie che non portano in nessun luogo. Anzi, semmai fanno letteralmente perdere il controllo dei luoghi.

Claudio Vercelli