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Una via sbagliata e pericolosa

Cosa accade al mondo cattolico e al suo modo di sviluppare i rapporti con l’ ebraismo? Negli ultimi giorni alcune dichiarazioni e alcuni giudizi riportati dagli organi di stampa, puntualmente resi noti e commentati da Moked, sembrano rimettere in discussione la totale revisione interpretativa dell’ebraismo e la rifondazione costruttiva dei rapporti del mondo cattolico col mondo ebraico maturate a partite dal Concilio Vaticano II. Citando o parafrasando Paolo di Tarso (cioè il vero fondatore del cristianesimo), si torna a parlare di formalismo, di rigorismo o addirittura di fondamentalismo legalistico come di caratteristiche negative e limitanti della visione ebraica, rispetto alla pienezza della fede cristiana. E a farlo non sono personaggi di secondo piano: padre Antonio Spadaro direttore de “La Civiltà Cattolica” e addirittura papa Bergoglio in persona; a fare eco, l’onnipresente Radio Maria. Ne hanno già trattato con saggezza Gadi Luzzatto Voghera, Gadi Polacco e in particolare rav Riccardo Di Segni con una lettera aperta a Repubblica. Non mi soffermo quindi sui contenuti specifici delle varie argomentazioni e dei vari distinguo pro-cristiani in circolazione. Provo piuttosto a coglierne il significato di fondo.
Certo non è una coincidenza il fatto che simili esternazioni si succedano tutte in questo periodo. Quale spiegazione può dunque avere, a cosa mira tale rinnovata presa di distanze dalla visione e dalla pratica ebraiche? Forse la Chiesa di papa Francesco sta cercando di espandere, di radicare l’immagine – conquistata durante il suo pontificato – di punto di riferimento dei derelitti, degli emarginati, e può apparire funzionale a questo obiettivo sottolineare l’abbraccio collettivo della solidarietà rimarcando la distanza e la differenza da un orizzonte religioso fondato anche sul rispetto ritualizzato delle tradizioni. Forse esaltare il ruolo della fede limitando quello della legge e delle regole contribuisce a fare dell’universo cattolico un centro facile, spontaneo di attrazione popolare. Non è davvero difficile, se si vuole dare un risalto spontaneistico alla visione neotestamentaria emarginando la posizione ebraica, trovare appigli all’interno della tradizione cristiana, nutrita come è sin dalle sue origini di spunti antigiudaici. Mi pare comunque una via sbagliata e pericolosa da vari punti di vista. In assoluto, perché è un’operazione fondata su una mistificazione a più livelli: del senso autentico dell’ebraismo, che è sostanza e non solo forma; del significato profondo che in esso assumono i precetti, il sistema della Legge, la giustizia in sé; del ruolo pervasivamente simbolico/allegorico che le sue regole esteriori possiedono, alludendo sempre a significati interiori. È inoltre un atteggiamento ambiguo e pieno di incognite per la stessa Chiesa cattolica, che rischia così di vanificare anni di sforzi meritori spesso coronati da successo per superare visioni unilaterali e pregiudiziali, per aprirsi a una dimensione più universale e in linea con il suo messaggio cristiano oltre che più storicamente fondata. Se essa scegliesse di procedere sul questa linea di distanziamento dall’ebraismo dove andrebbe a finire il suo proficuo percorso di dialogo inter-religioso? Deve pur essere possibile dibattere da posizioni diverse nel rispetto dei differenti punti di vista, astenendosi da prospettive unilateralmente critiche e potenzialmente distruttive dell’altrui Weltanshauung. Infine – ed è l’aspetto più sinistramente gravido di conseguenze negative – se il mondo cattolico torna a chiudersi in sé e a farsi forza attraverso le differenze che lo separano dalla visione ebraica del divino, dell’uomo e del suo rapporto con Dio, della società, allora fatalmente riprenderanno vigore le immagini e le parole dell’antigiudaismo, andando a incrementare un antisemitismo già arrivato a livelli allarmanti.
David Sorani

(14 settembre 2021)