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Il nonno di Eitan ai domiciliari

Svolta nel caso che ha per protagonista, suo malgrado, il piccolo Eitan Biran. L’autorità giudiziaria israeliana ha infatti disposto il fermo domiciliare per il nonno Shmuel che l’ha sottratto alla zia tutrice Aya e trasferito a sua insaputa dall’Italia in Israele. L’uomo, interrogato dalla polizia di Tel Aviv dopo la denuncia per sequestro di minore presentata dal fratello della zia, è stato rilasciato ma con misure restrittive che resteranno in vigore fino a venerdì. Tra queste, spiega Repubblica, “passaporto trattenuto e obbligo di dimora nella sua abitazione di Petah Tikva”. Potrà uscire soltanto per andare in sinagoga, in occasione dello Yom Kippur.
Un mese prima del rapimento di Eitan “la Questura di Pavia monitorava gli incontri periodici tra Shmuel Peleg e il nipotino”. È quanto riporta il Corriere, sottolineando come ciò sia avvenuto su sollecitazione della Procura della Repubblica. L’apertura dell’indagine, viene spiegato, “dopo una segnalazione del giudice tutelare che, al termine di un’udienza burrascosa, aveva assegnato definitivamente alla zia paterna Aya Biran la tutela del bambino”.
In evidenza, in varie cronache, le parole del marito della donna: “Eitan è prigioniero come i nostri soldati nelle celle di Hamas”.
“Stiamo seguendo le famiglie, non posso entrare nei dettagli, ma posso garantire che Israele è uno Stato di diritto che si sta occupando di questa vicenda” afferma Dror Eydar, l’ambasciatore israeliano in Italia, in una intervista con il Quotidiano Nazionale.
Piuttosto inquietante, sul caso di Eitan, un articolo che appare su Libero e in cui ci si augura “che chi ha da decidere non si lavi le mani come fece a Gerusalemme il procuratore Ponzio Pilato davanti a un innocente”. Con riferimento al tema dell’identità, l’invito è ad astrarsi “dalla stella di David e dai suoi riflessi condizionanti”.
La Stampa intervista un farmacista israeliano residente a Genova che negli Anni Novanta dovette lottare per riavere con sé le due figlie sottratte dalla ex moglie. Infelici alcune sfumature su ortodossia ebraica e movimento Lubavitch, definito nell’articolo una “setta chassidica”.

“Ho solo esercitato il mio diritto di parola, non sono criminale”. Così Patrick Zaki, durante una brevissima udienza che si è conclusa con la decisione di rimandarlo in cella. Tornerà in tribunale tra due settimane. Molti quotidiani si interrogano sulle mancanze italiane in questa avvilente vicenda.

Sono giunti al termine i lavori dell’Interfaith Forum, lo spazio di confronto interreligioso collegato al G20. Avvenire dedica una cronaca alla giornata finale, con ospite d’onore il premier Mario Draghi e la partecipazione tra gli altri del rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni.

Il Corriere Roma segnala l’apertura, senza cerimonia pubblica, del cantiere dedicato al Museo della Shoah di Villa Torlonia. Secondo il cronoprogramma, si legge, “avrà una durata di circa tre anni”.

Su Repubblica un intervento dello scrittore Tahar Ben Jelloun, che riflette sul crollo del partito islamista marocchino e sulla progressiva apertura del Paese verso Israele. Uno slancio che sta maturando nel segno degli Accordi di Abramo.

Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked

(15 settembre 2021)