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Frankl e la logoterapia

Chiariamo subito che la logoterapia, la terza grande scuola ebraica di psicoanalisi fondata da Viktor Frankl (1905-1997), non è una terapia attraverso la parola o le parole ma una ‘analisi esistenziale’ imperniata sul bisogno di trovare – e sulla volontà di dare – un senso alla propria vita. Il logos del nome non si riduce alla facoltà espressiva, di cui la parola è regina, ma significa in estensione il significato stesso, la ratio, la raison d’être dell’esistenza. Né sta anzitutto (pur non escludendolo) per un senso unico e universale, quanto piuttosto sta per i piccoli significati concreti e immediati del nostro vivere quotidiano. Frankl era uno psichiatra, con studi di medicina alle spalle, ben consapevole delle due altre scuole psicoanalitiche nate a Vienna all’inizio del Novecento: quella ortodossa di Sigmund Freud e quella eterodossa (detta ‘psicologia individuale’) di Alfred Adler. Per questo costruì sui loro limiti e si orientò verso una ‘cura dell’anima’ che recuperasse la dimensione spirituale, se non proprio religiosa, trascurata dalle altre due scuole, lasciandosi alle spalle i pregiudizi antireligiosi dell’approccio positivista nelle scienze umane. Peccato che la riflessione di Viktor Frankl sia stata a lungo fagogitata da alcuni psicologi della religione maggioritaria di questo Paese. È tempo che gli ebrei si riapproprino di questo pensatore-psichiatra e di alcune delle sue intuizioni. La sua ricerca spirituale di senso, o dei molteplici e sempre parziali significati che tutti cerchiamo quotidianamente (e che ci danno la forza di fare quel che dobbiamo fare), mantiene infatti toni molto laici, o almeno condivisibili sia da persone religiose sia da persone poco o per nulla religiose.
La questione del rapporto tra psicoanalisi e religione (che anche Freud affrontò, sollecitato da un pastore protestante, nel famoso testo “L’avvenire di un’illusione” del 1927) è al centro di una conversazione, registrata nel 1984, che Frankl ebbe con un altro grande ebreo nato a Vienna, il filologo e diplomatico israeliano Pinchas Lapide (1922-1997). I due ne avevano già predisposto la pubblicazione prima della loro quasi simultanea scomparsa. Si può leggere tale dialogo in traduzione italiana con il titolo “Ricerca di Dio e domanda di senso” (Claudiana 2006, seconda ed. 2016). Premesso che logos va tradotto con ‘spirito’ e ‘senso’, Frankl dice che “la logoterapia non scredita la religione riducendola, come fa Freud, a forma collettiva di nevrosi ossessiva che coinvolge l’umanità e interpretando Dio come l’imago introiettata del padre. Prendendo seriamente in considerazione la religione come un fenomeno umano al cento per cento, al pari della sessualità, ecc., ha rinforzato per decenni la spina dorsale a molti pastori americani, a preti, a rabbini… Mi fu detto: ecco uno psichiatra, dall’accento viennese, per il quale l’essere umano ricerca primariamente il senso [dell’esistenza] e non il piacere” (p.80).
Come è noto, Frankl fu arrestato mentre lavorava (già direttore del reparto di neurologia) nel Rothschildspital della capitale austriaca, e dal ‘42 al ‘45 venne rinchiuso nei campi di concentramento nazisti di Theresienstadt, Auschwitz, Kaufering e Türkheim, dove sopravvisse a malattie (il tifo petecchiale), fame e lavori forzati. Narrò ed elaborò quell’esperienza in un testo apparso nel 1946, che ebbe vastissima diffusione nel mondo: in Italia fu tradotto con il titolo “Uno psicologo nel Lager” (ed. Ares), mentre nei paesi anglosassoni venne intitolato “Man’s Search for Meaning”, andando al nucleo del messaggio: anche – anzi soprattutto – nelle situazioni più estreme, l’uomo ha bisogno di trovare un senso per cui vivere, ne va della sua stessa sopravvivenza. Non era tanto una ‘testimonianza sui Lager’, quanto un ponte teso tra il prima e il dopo della sua vita professionale e della sua teoria analitico-esistenziale sul logos nelle accezioni viste sopra. Il senso può avere, certo, il nome della divinità della propria fede religiosa, ma non bisogna necessariamente identificare quel senso con Dio, sebbene una delle intuizioni frankliane più stimolanti sia quella del ‘Dio inconscio’, nel senso che la ricerca del divino sarebbe una struttura apriori dell’essere umano, che va a sovrapporsi al suo innato conatus all’auto-trascendenza, l’istanza cioè di andare oltre se stessi, uscire-da-sé e aprirsi al mondo nella relazione e nella responsabilità.
Nel dialogo con Lapide, Frankl racconta: “Dio non si vede, e una volta qualcuno me lo ricordò con aria di rimprovero. Risposi: ‘Lei è mai stato su un palcoscenico?’. ‘No’ mi disse, ‘perché?’. Spiegai allora che quando uno sta su un palcoscenico, non vede la platea, dove ci sono centinaia di spettatori, ma solo un grande buco nero… eppure sa che sta recitando davanti a un pubblico. Con il Signore è la stessa cosa. Il Grande Spettatore è lì, come seduto in un loggione, non si sa dove, non si può vedere. Ma si sa che c’è. È scritto anche nella Torà: Sappi davanti a chi stai” (p.82). Anche il filosofo-biochimico Yeshayahu Leibowitz pensava che le ragioni per osservare i precetti, in termini teologici, si riducessero alla consapevolezza di sapere “davanti a Chi stiamo”. Un’intuizione ebraica la cui essenza psicoanalitica è stata poco sottolineata.

Massimo Giuliani, Università di Trento