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La sicurezza della precarietà

Secondo Sukkot in tempo di pandemia. Ormai le cene comunitarie e le riunioni affollate in sukkà sono un ricordo sbiadito, ma se non altro almeno per una settimana è tornato il kiddush collettivo alla fine della tefillà (seppure a turni, con mascherine e con tutte le attenzioni e gli accorgimenti possibili), e finalmente c’è la possibilità di incontrare le persone e fare due chiacchiere con calma. Chissà se torneremo mai come prima? Non è detto; molte riunioni e attività culturali, per esempio, ormai sono passate a zoom e affini, e difficilmente si rinuncerà alla possibilità di dialogare con persone in Israele, Usa, Australia, ecc. standosene comodamente a casa propria. D’altra parte la pandemia ci ha abituati a cercare di stare all’aperto il più possibile, anche quando il clima è rigido, soprattutto se si tratta di mangiare e bere, attività per cui ci deve per forza smascherare: dalle panchine ai tavolini un po’ traballanti, sui marciapiedi, per strada o nei giardini, al sole o alla pioggia, ormai abbiamo interiorizzato l’idea che la salubre precarietà degli esterni sia da preferire all’infido calore degli interni. In un certo senso viviamo l’atmosfera di Sukkot per 365 giorni all’anno, e questo non giova alla festa vera e propria. Ma forse un giorno, quando l’abitudine agli interni avrà preso di nuovo il sopravvento nella nostra quotidianità, mangeremo in sukkà ricordando la pandemia e descriveremo a chi non l’avrà vissuto il senso di sicurezza che allora gli esterni ci procuravano pur nella loro precarietà; forse questo ricordo contribuirà a rendere la festa ancora più allegra e gioiosa.

Anna Segre