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Festa del Libro ebraico
André Neher, apertura e coraggio

Nel giorno delle elezioni in Germania, che segneranno il futuro dell’Europa, alla Festa del Libro ebraico di Ferrara il passato tedesco è uno spunto per riflettere sul tema del perdono. A portarlo avanti, attraverso il pensiero del filosofo e teologo francese naturalizzato israeliano André Neher, lo studioso Raniero Fontana, presentando il suo André Neher. Apertura di spirito, coraggio della fede (Pazzini, 2020). Dialogando sotto la sukkah del Meis con il direttore del Cdec Gadi Luzzatto Voghera, Fontana spiega la posizione di Neher rispetto a un possibile perdono della Germania per il crimine della Shoah. “Un perdono impossibile perché solo le vittime possono perdonare e nessuno può sostituirsi a loro, la posizione di Neher che entrerà in polemica con Martin Buber a riguardo”, ricorda Fontana, citando la decisione di Buber di ricevere nel 1960 il premio del sindacato dei librai tedeschi. E, nell’occasione, di aprire a un possibile perdono. “Neher dirà chiaramente che non si può concedere a poco prezzo un alibi alla Germania, regalare in questo modo una buona coscienza a basso costo al paese. Non c’è perdono per un crimine irreparabile”, spiega Fontana, riflettendo poi sull’idea di perdono nell’ebraismo attraverso il pensiero di Neher. Una figura, ha ricordato Luzzatto Voghera, che nel dopoguerra ebbe un ruolo centrale per la cultura francese così come per l’ebraismo transalpino. E che, in polemica con Charles De Gaulle, nel 1967 decise di trasferirsi in Israele. “Neher, come Dante Lattes per l’Italia ebraica, ebbe una funzione importante nella ricostruzione dell’ebraismo francese. – l’analisi del direttore del Cdec – Si impegnò, come racconta Fontana, a collocare gli ebrei nel nuovo equilibrio internazionale, ad assegnare loro un ruolo spirituale nel mondo, arrivando a parlare di missione”. Un tema su cui Fontana aveva riflettuto su Pagine Ebraiche e che riproponiamo di seguito.

Nei primi celebri Colloqui degli intellettuali ebrei di lingua francese, i quali hanno marcato la vita intellettuale degli ebrei di Francia negli anni del dopo-guerra, la figura di André Neher (1914-1988) era preminente. Tuttavia, il suo destino appare diverso da quello di altri importanti protagonisti di quei prestigiosi appuntamenti annuali, come il filosofo Emmanuel Lévinas e il rabbino Léon Askénazi (Manitou). Pur essendo riconosciuto e onorato come un grande maestro, l’opera di Neher ha ricevuto, con il passare del tempo, una diminuita attenzione, specialmente in Israele. È come se quanto avesse da dire fosse ormai noto e niente di nuovo ci si dovesse aspettare. Non che manchino sporadiche iniziative, commoventi commemorazioni, incontri e studi; a mancare solitamente sono le idee. Un pò ovunque si continua a ripetere di Neher le stesse cose. Ricordo bene che quando cominciai a scrivere una monografia su di lui, ad oggi la sola pubblicata in Francia, mi fu addirittura consigliato, anche da chi lo aveva un tempo ammirato, di lasciar cadere il progetto, perché ormai ritenuto un autore superato. Il che, detto per inciso, non ha mai impedito che la sua ricca e vasta opera fosse ampiamente saccheggiata dai tanti, in senso vero e proprio, come mi confidò con comprensibile amarezza Paul Zylbermann, il quale, da amico e discepolo fedele, avrebbe innanzitutto voluto che venisse reso al maestro quanto gli era dovuto. Oggi l’Università di Strasburgo vanta un dipartimento di studi ebraici nato ‘da’ e ‘con’ Neher. Egli ebbe una carriera brillante in ambito accademico e ottenne un pubblico riconoscimento che portò il suo nome ben al di là della Francia e della stessa Europa. Tuttavia, la recensione severa di un autorevole studioso come Georges Vajda della sua prima opera dedicata al profeta Amos pesò su di lui come il marchio di un peccato originale. Fu allora criticato dal punto di vista della disciplina scientifica e il suo possente studio fu equiparato a un midrash. La stessa critica gli verrà rivolta più tardi, in Israele, in occasione della pubblicazione (e della traduzione inglese) del suo libro su David Gans, per quanto la disciplina in questione fosse ora la storia della scienza e non più l’esegesi. Ancora oggi, in ambito accademico, si riconosce sempre l’alto profilo intellettuale e spirituale dell’autore di un’opera che troppo spesso sembra tendere però all’omelia. Proprio in Israele, Neher, autore di una già consolidata fama internazionale, ebbe insomma a patire le frustrazioni maggiori in ambito accademico. Accadde a lui quello che accadde ad altri intellettuali troppo creativi per rientrare nei rigidi criteri di una disciplina. Egli era, inoltre, un maestro in un genere tipicamente francese, come l’Essai, estraneo a una cultura accademica che separava in modo netto la letteratura dalla scienza. Del resto, la lingua e lo stile di Neher continuano a porre un serio problema di traduzione oltre che di comprensione. Resta comunque vero che la difficoltà posta dal progetto complessivo di Neher sia reale. Lo è dentro e fuori dall’Università, in Israele o altrove. Ma è altrettanto vero che essa è l’effetto inevitabile di una postura voluta e mantenuta, anzi teorizzata. Di fatto, rimproverarlo di fare midrash equivarrebbe a ritenere una debolezza ciò che invece è, e per lui rappresenta, il punto di forza del suo progetto ermeneutico e filosofico globale. Egli rivendica il midrash come espressione autenticamente ebraica della propria inserzione esistenziale e soggettiva nel corpo stesso della rivelazione e, insieme, della propria responsabile assunzione del posto che gli spetta nella catena della tradizione. Ed è anche il modo con il quale egli, al contempo, si rende ebraicamente disponibile e presente al mondo. Scienza e coscienza ispirano il suo progetto formativo e traducono perfettamente l’ideale a cui venne formato dai suoi primi maestri, tutti della scuola di S. R. Hirsch. Egli voleva far incontrare il professore e il rabbino, proprio ciò che lui stesso era. Torah e cultura generale non soltanto sarebbero inseparabili ai suoi occhi, ma ciascuna era affidata da lui alla custodia attenta e responsabile dell’altra – il che, obiettivamente, è un bell’azzardo. Ma Neher ha scelto di puntare tutto sulla dialettica dei poli opposti, per poi assumerli entrambi, il sacro e il profano, il rito e la storia, l’umano e il divino. Questa sua attitudine lo ha sempre esposto alle critiche di quanti, e sono tanti, si rifiutano di abitare, come lui, il paradosso. Egli scrive: “La persona ebrea è quella che accetta il paradosso di essere al contempo, simultaneamente, di ieri e di domani, della Diaspora e di Israele, dell’infra- e della meta-storia (…) simultaneamente la più particolare e la più universale”. Come altri leader dell’ebraismo francese emigrati in Israele sulla scia della Guerra dei Sei giorni, anche Neher fu tentato da una lettura messianica della storia. La tensione crebbe dopo la Guerra del Kippur e la morte di persone che gli erano care e vicine. Scosso dagli eventi, il suo precedente ebraismo universalista cedette il posto al particolarismo ebraico e a una politica ispirata. Del resto, una lancinante consapevolezza della Shoah, onnipresente nella sua riflessione, poteva bastare essa sola a concedergli il diritto di un tale cambiamento. Egli poteva decidere di volgersi a Israele e di girare la schiena a un’umanità che tornava a ripetere gli stessi errori, sempre pronta a perpetrare altri orrori. Tuttavia, io sostengo che non c’è stata alcuna rottura a livello della struttura del pensiero. Trovo perciò sbagliato quanto oggi accade in Israele, che lo si legga, da destra, come fosse Manitou. Troppe cose, per formazione e per cultura, lo tengono distante dalla scuola di Rav Kook. Ma sbagliano pure coloro che, in campo opposto, da sinistra, lo trattano alla stregua di un fanatico e bigotto oscurantista. Egli è stato un intellettuale partecipe e appassionato. E in condizioni diverse, io sono convinto che egli avrebbe anche potuto decidere di fare saltare la ‘baracca’ di un giudaismo particolarista, così come dichiarò, a un dato momento, di voler fare con la ‘baracca’ del giudaismo universalista. Quanto vale sul piano esistenziale e individuale vale pure sul piano politico e nazionale. La vocazione ebraica non muta secondo la scala adottata. Conciliare l’inconciliabile è il compito che Neher consegna all’uomo-ebreo. Il compito profetico di Israele. Proprio questo è quello che ho cercato di mostrare nei miei libri a lui dedicati: due in francese (André Neher. Le penseur et le passeur, Elkana 2014; André Neher. Philosophe de l’Alliance, Albin Michel 2015) e uno, appena pubblicato, in italiano (André Neher. Apertura di spirito e coraggio della fede, Pazzini Editore 2020, con prefazione della nipote del grande pensatore, Elisheva Revel-Neher, oggi professoressa emerita della Hebrew University di Gerusalemme). In quest’ultimo libro ho tematizzato le tensioni che attraversano la riflessione di Neher su una serie di punti particolarmente sensibili. Essi sono i seguenti: la complessità del suo metodo ermeneutico, la prospettiva midrashica caratteristica della cosiddetta scuola di Parigi, la centralità teologica della nozione di alleanza, l’universalismo della morale e il particolarismo dell’amore, la vertigine come dimensione del suo pensiero, il nesso tra umanesimo ed elezione, la paradossale condizione dell’identità ebraica, la relazione tra Diaspora e terra di Israele in prospettiva messianica. La riflessione di Neher è un invito pressante, rivolto a ogni ebreo, ad assumere il paradosso della sua situazione esistenziale, a non sciogliere le aporie della sua identità, lasciando la sintesi tra le sue componenti, se mai ci sarà, all’eventualità del domani. Si tratta solo di resistere e sperare.

Raniero Fontana, Pagine Ebraiche Marzo 2021